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Gli Stati Uniti la scorsa notte hanno colpito alcune strutture utilizzate dallo Stato islamico in Libia, a 45 chilometri a sud di Sirte. A compiere l’attacco sono stati due B2, bombardieri strategici a lungo raggio che sarebbero partiti direttamente dalla Whiteman Air Force Base in Missouri. La notizia, diffusa per primi dalla CNN, è diventata ufficiale quando uno statement del Pentagono e un altro del Gna libico (il governo non ancora completato sostenuto dall’Onu) sono stati diffusi. I baghdadisti utilizzavano quelle postazioni nel deserto a sud della città costiera per ri-organizzare le forze dopo la definitiva sconfitta di un mese fa: il bombardamento avrebbe prodotto grandi perdite (si parla di un’ottantina di militanti), ma dice il portavoce del Pentagono che ancora sono in corso le valutazioni. Funzionari hanno rivelato alla CNN che aerei di sorveglianza americani monitoravano l’area da settimane, e hanno avuto vita facile sia nel raccogliere informazioni sia nell’attacco visto l’apertura (desertica) del sito colpito: “zero survivors” è il termine che utilizzano le fonti dei media americani per dire che l’azione ha avuto successo. Erano pronti anche i missili Tomahawk delle navi nel Mediterraneo, ma non sono stati usati.

Il bombardamento sarebbe stato deciso lunedì dal presidente Barack Obama in persona, che ha contemporaneamente deciso di allargare l’aerea operativa in cui Africom può condurre operazioni in Libia. È infatti la prima volta che un attacco aereo americano sul suolo libico esce dalla zona cittadina di Sirte da quando, il primo agosto, la Casa Bianca aveva autorizzato una campagna di bombardamenti in cui sono stati sparati oltre 400 tra bombe e missili per dare supporto ai miliziani di Misurata che si erano lanciati con l’operazione Bonyan al Marsous per riprenderne il controllo della più importante delle roccaforti califfali extra Siraq. La missione è ufficialmente finita quando a inizio dicembre Sirte è stata completamente liberata dall’occupazione militare della giunta baghdadista, ma erano comunque previste azioni dal carattere di anti-terrorismo. In quest’ottica Washington aveva già settimane prima pianificato l’utilizzo di una base aerea in Tunisia, da cui ottenere una migliore funzionalità operativa (ci sono anche droni armati, che pattugliano costantemente le fasce meridionali della Libia, dove si pensa che molti degli uomini del Califfato siano fuggiti: questi avrebbero partecipato ai raid della scorsa notte).

L’uso dei B2 è dunque più che una necessità operativa (c’era la Tunisia, c’era Sigonella, c’erano le basi in Inghilterra), una prova di forza e impegno, una sottolineatura dell’attività americana a due giorni dal passaggio di consegno amministrativo, da leggere anche nell’ottica del rinnovato ingaggio russo in Libia. Un coinvolgimento quello russo che però ha soltanto l’involucro della missione contro il terrorismo, perché per il momento Mosca non ha fatto altro che confermare il proprio sostegno, finora più discreto, a Khalifa Haftar, generale cirenaico che combatte una battaglia più che altro personale per liberare Bengasi, che si oppone alla volontà di pacificazione onusiana, e che non ha partecipato alla battaglia di Sirte (il piano è, più o meno: riprendere Bengasi, anche con accordi trasversali, costruire un consenso anche esterno, e puntare all’all-in a Tripoli). Obama, in quella che è probabilmente stata la sua ultima decisione militare ha voluto mandare un messaggio alla Russia: siamo noi a combattere il terrorismo nel mondo.

Funzionari del Pentagono che hanno parlato con il Wall Street Journal hanno sostenuto che questo è uno degli esempi di come il Pentagono amplierà le proprie operazioni contro il terrorismo: un dossier operativo è già pronto sul tavolo di Donald Trump, che domani si insedierà alla Casa Bianca.

(Foto: Wikipedia)

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