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“Alla base dei terremoti c’è lo stiramento trasversale della crosta appenninica per cui abbiamo il mare Adriatico che si allontana dal mare Tirreno mentre la microplacca adriatica si incunea sotto le Alpi”. Parola di Alessandro Amato, dirigente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv).

I FATTI

Il centro Italia trema ancora. E si aggiungono nuove faglie a quelle che hanno provocato il terremoto dello scorso agosto ad Amatrice. Le nuove scosse “sono il frutto di un’estensione a Sud del sistema di faglie dei Monti della Laga da cui è nato il terremoto nel settore più settentrionale del 24 agosto scorso”, ha aggiunto Amato, “movimenti che hanno ampliato il fronte interessato agli smottamenti nel centro Italia”.

LA NUOVA FAGLIA

La faglia che si è mossa il 18 gennaio (qui il video), con quattro scosse successive e ravvicinate di oltre 5 gradi sulla Scala Richter, interessa una zona lunga 15 chilometri e larga sei che già aveva manifestato movimenti tellurici meno intensi negli ultimi mesi sino ad arrivare a 4.4 di magnitudo nel novembre scorso e per questo guardata con attenzione. “L’Appennino centrale è attraversato da varie faglie attive con geometrie e direzioni diverse che interagiscono fra loro influenzandosi a vicenda — ha precisato Amato in una intervista al Corriere della Sera—. Nel tempo accumulano energia fino al momento, come quello di ieri, in cui si manifesta”. Prima delle scosse più forti, erano già state registrate un centinaio di scosse di magnitudo superiore a 2 gradi. Le quattro scosse principali sono state i picchi più intensi. “La sequenza di ieri ci lascia col fiato sospeso”, ha aggiunto Gianluca Valensise, dirigente di ricerca all’Ingv. “Le prime tre scosse forti sembravano soldatini in fila, in marcia da nord-ovest a sud-est. Poi la quarta ha piegato più a sud”.

LA DINAMICA DEL TERREMOTO

È ormai noto che tutta la regione è giudicata dalla mappa nazionale di pericolosità sismica ad alto rischio, ma “qui alla base dei terremoti c’è lo stiramento trasversale della crosta appenninica per cui abbiamo il mare Adriatico che si allontana dal mare Tirreno mentre la microplacca adriatica si incunea sotto le Alpi – spiega Amato -. Finora si sono misurati 3-4 millimetri di distensione ogni anno”. Spostamenti piccoli, sì, ma che in centro anni corrispondono a un allontanamento di quattro metri, a cui si devono aggiungere le spinte di altre placche, come quella africana, che crea effetti più immediati. “A lungo termine si creano dei cicli sismici che rilasciano energia in modo irregolare — nota Amato —. Ogni ciclo è unico, difficilmente uguale ad un altro e dipendente sempre dalla costituzione delle rocce che conosciamo solo da lontano. Inoltre le faglie non si muovono tutte insieme, ma a macchia di leopardo”.

QUANDO (E SE) FINIRÀ

Quella dell’Appennino centrale è una zona ormai perturbata, e potrebbe tremare ancora a lungo. “Questo andamento scuote i nervi. Ma gli Appennini sono così. Danno sequenze che possono durare molto a lungo, e noi un limite alle scosse non possiamo fissarlo”, ha commentato Antonio Piersanti, fisico dell’Ingv, su Repubblica. “E più a sud, verso L’Aquila, c’è una zona che finora è stata quasi risparmiata dalle scosse – ha spiegato Valensise a Repubblica -. Un frammento di faglia che potrebbe forse essere rimasto in bilico, mentre tutt’intorno gli altri crollavano”. Non è certo, dunque, che non cisiano nuove scosse forti anche nella zona dell’Aquila, anche se col terremoto del 2009 si era esaurita tutta l’energia. “Ci sentiamo di dire che più a sud di Pizzoli la sequenza non andrà”, ma “manca ancora un tratto di 10-15 chilometri verso sud-est. E questo aumento dell’attività non ci lascia tranquilli”, ha concluso il dirigente dell’Ingv.

LE SCOSSE DI AGOSTO E OTTOBRE 2016

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