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Sono sempre stato convinto che, come si dice tra giornalisti, non ci siano buone risposte, ma solo buone domande. E lo penso soprattutto quando mi capita, raramente, di ascoltare per intero un talk show in cui gli ospiti si affannano e si accavallano per dare le loro risposte, interpretazioni, versioni, mentre invece quello che davvero cambierebbe sarebbe sentire i conduttori fare domande ficcanti, ineludibili, che colgano l’essenza delle cose. Come, in qualche modo e con poca fortuna, credo abbia cercato di fare Gianluca Semprini con “Politics”. E come capita più facilmente accada nei programmi radiofonici.

Proviamo comunque a farci qualche domanda, magari ingenua, su temi latamente economici. Per esempio, la Borsa. Sempre più spesso ci si riempie la bocca invocando il ritorno all’economia reale contro la speculazione finanziaria, che crea le temibili bolle. Un po’ retorico ma, detto così, suona bene. Viene solo da chiedere: ma la finanza non speculativa, la Borsa fisiologica, in cosa consiste? Se un investitore compra quote di una società per guadagnarci, come può non essere tentato di farlo puntando non sull’andamento reale della società nel mercato ma, molto più semplicemente, acquisendo e cedendo nei momenti che consentono di realizzare un margine? La cosa, francamente, appare anche divertente, come sappia chiunque abbia speso almeno qualche serata al tavolo da gioco, fosse pure quello della tombola natalizia. Chi non ama il gioco, il vino e le donne è un vigliacco o un malato, dice Bulgakov.

La delocalizzazione: frenarla, imponendo in qualche modo alle aziende di produrre e lavorare fisicamente nel loro Paese di appartenenza, è una misura autarchica, che va contro le regole del libero mercato da cui discendono le magnifiche e progressive sorti moderne, oppure una mitigazione sociale, finalizzata a mantenere alti i livelli occupazionali? Se sia più utile alzare gli utili spostando le fabbriche laddove gli addetti pretendono meno in termini di salari e garanzie, ma così ottenendo ricchezza di riflesso anche per la quota di lavoro che si mantiene in patria, ovvero se questo si configuri come un neoschiavismo immondo, che sottrae pane alle braccia nazionali, è difficile dirlo.

Emergenza: cos’è? Come va giudicato un evento improvviso e imprevisto, magari nefasto, in termini aridamente, anche cinicamente economici? Come un danno che costringe a reperire fondi per ripararlo o come un’occasione di muovere l’economia “reale” grazie ai nuovi bisogni che l’evento ha creato? C’è una differenza etica tra le due versioni? E una pratica? Bruno Vespa, per avere sostenuto la seconda tesi in riferimento al sisma dell’Italia centrale, è stato moralmente linciato, ma non avrà semplicemente svelato la nudità del re? Se non ci fossero le malattie, l’economia sanitaria non esisterebbe e via discorrendo.

Per l’mmigrazione vale, mutatis mutandis, il discorso della delocalizzazione. Globalità, liquidità come destino ineluttabile e quindi spostamento di uomini, come di merci e di idee, in giro per il mondo? Non pochi pensano che sarebbe più logico contingentare, frenare e assicurare ai connazionali la prelazione sulle opportunità occupazionali. È ancora aderente al vero la frase per cui gli stranieri vengono a fare i lavori che noi non vogliamo più fare, per lo meno alle condizioni che loro accettano, in un momento in cui soprattutto a livello giovanile la difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro è così alta?

In finale, gli incentivi, forse la parola più misteriosa dell’economia di ieri e di oggi, specialmente ma non solo in Italia, a dimostrare come non esistano economie liberali di mercato contrapposte allo statalismo, ma un mix diversamente graduato per il quale è soprattutto il pubblico, con la leva dei bonus, delle detassazioni, delle iniezioni finanziarie, delle normative a sostenere il privato che poi produce beni, gestisce servizi e guadagna di conseguenza.  Con il che si configura un circolo che non sappiamo dire se virtuoso o vizioso – e questa sarebbe una bella domanda – : i lavoratori e le aziende producono e guadagnano, pagano le imposte, lo Stato le incamera e le redistribuisce alle aziende e quindi ai lavoratori per rilanciare attività e comparti da cui qualcuno incassa e qualcuno spende.

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Economia, cinque domande ingenue e curiose

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