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Di Giampaolo Pansa e della sua lunga, multiforme e brillantissima carriera giornalistica sappiamo tanto. Decenni di analisi politiche feroci, disincantate e innovative: dall’uso del binocolo per cogliere ogni sfumatura dei vecchi congressi al celebre “bestiario” per catalogare lo zoo della politica italiana. Poi, una seconda vita come storico coraggioso e controcorrente, capace di raccontare la vicenda dei vinti del ‘43-‘45, anche attirandosi le proteste violente e intolleranti dei guardiani del “politicamente corretto” e del “fascismo antifascista”.

Da qualche settimana, un’ultima sorpresa: un libro intelligente e inusuale (un po’ un saggio, un po’ un lungo racconto con decine e decine di storie) sugli anziani in Italia, smontando letture conformiste e banali. Già dallo spunto comprendiamo tutto: Pansa parte da un caso di “stalking” con protagonisti un “lui” di 81 anni e una “lei” di 70. Insomma, sin dalle primissime pagine si comprende che Pansa ha intenzione di “sfasciare il presepe” del racconto più stantio e ipocrita sulla condizione degli anziani nel nostro tempo.

Lo fa con decisione, aggiungendo però il garbo e il sorriso di una nota autobiografica: il libro è infatti una specie di lungo dialogo tra “Mario” (alter ego di Pansa) e la sua compagna “Elena”, una coppia non giovane conosciutasi quando lui era già 50enne e lei 40enne, quindi un sodalizio nato e sviluppatosi nella reciproca maturità. Pansa scherza elencando direttori, colleghi, commentatori già passati a miglior vita, e racconta in modo sincero e davvero emozionante il senso del suo lavoro, che prosegue tuttora a ritmi serrati: per sentirsi vivo, e pure per scacciare i cattivi pensieri.

L’autore parte da una contraddizione. I nostri vecchi da un lato sono ancora detentori del potere politico, e – anche intesi come pubblica opinione – sono tuttora elettoralmente decisivi. Pure da un punto di vista sociale, fungono da insostituibile ammortizzatore sociale a favore di figli e nipoti, in tempi di crisi. E, economicamente parlando, molte offerte si rivolgono esplicitamente al loro mercato: estetisti, palestre, crociere, e così via. Eppure – ciononostante – sono spesso trattati come “paria”, sono allontanati, o – peggio – sono raccontati secondo schemi falsi. Uno per tutti: dove sta scritto che nell’Italia di oggi sia sempre sensata l’equazione “vecchio uguale povero”, riproposta in modo stantio dai nostri media?

Ma Pansa va oltre e arriva al punto, starei per dire (sorrido perché condivido) allo “scandalo”: gli anziani di oggi hanno la “pretesa” di voler vivere! Non si rassegnano al pensionamento, a quello morale prim’ancora che a quello di legge. Anche se la loro avvenenza sfiorisce, non vogliono rinunciare all’amore e nemmeno al sesso.

Proprio a questo aspetto sono dedicate le pagine più forti del libro (che hanno sollevato qualche discussione, come si sa). Ma a me pare che il racconto di Pansa sia molto solido e credibile. Cercare il sesso è certamente un modo di restare attaccati alla vita, per un anziano. Ma è anche qualcosa in più: è la scoperta meravigliosa che il libro della propria esistenza ha ancora pagine emozionanti da sfogliare, nonostante gli altri vogliano strapparle, e nonostante che l’anziano stesso fatichi a rendersene conto…Inattesa, forse imprevedibile, la vita c’è ancora!

Pansa scrive pagine divertenti (e molto serie) sull’uso del viagra, e posa uno sguardo coraggioso e disincantato anche sull’amore tra persone di età molto diversa. L’autore indaga sulle diverse ipotesi: se il più anziano è un uomo, o se invece è una donna. E non trascura di considerare il lato economico della vicenda: quindi il misto di affetto vero e interesse, il ruolo del denaro, la necessità di “comprare” l’amore o attraverso prostitute e prostituti o attraverso l’aiuto generosamente offerto a un compagno o a una compagna meno abbienti.

La galleria di Pansa è sterminata: il vecchio che usa il viagra e muore d’infarto, e così lascia tutto all’amica più giovane; oppure l’anziano signore che – tra sogno e realtà – rivede nella cameriera con cinquant’anni di meno di lui l’immagine di sua madre; oppure il vecchio politico (sconfitto e incattivito) che ritrova una serenità (e perfino un nuovo senso della vita) nel rapporto con la giovane governante…

In questo quadro, non manca una consistente sezione dedicata alle badanti. Pansa snocciola dati eloquenti, 774mila badanti in Italia (di cui 700 mila straniere!) il cui profilo sociale sta cambiando: la loro età media sta diminuendo, e quindi molto spesso non lasciano figli piccoli nei paesi di provenienza. Questo le rende ancora più pronte a trasformare il rapporto di lavoro con l’anziano italiano in un vero e proprio rapporto familiare, con la combinazione inestricabile di sentimenti e di calcolo che la vita sa proporre, caso per caso. E Pansa descrive decine di episodi: il più divertente è quello a sfondo “politico”, con il battibecco tra un vecchio tipografo comunista italiano e la sua badante rumena, che la ferocia del comunismo l’ha conosciuta per davvero.

Naturalmente, nel libro, non mancano gli ingredienti più tradizionali: il timore di ammalarsi dell’anziano; la paura (ancora più grande) che sia il compagno o la compagna a soffrire; il ruolo dei ricordi, a volte come presenza amica, a volte come fantasmi minacciosi; e soprattutto, il valore inestimabile della confidenza tra due vecchi coniugi o due vecchi compagni, che hanno imparato a tenersi per mano nella lunga camminata della vita, e sanno ormai affrontare insieme ogni nuovo tratto di strada.

E’ molto bello e molto significativo che un analista politico come Pansa rifiuti “programmaticamente” l’atteggiamento di superiorità ideologica di certi “intellettuali” rispetto a questi momenti di vita “privata” e non “militante”: Pansa sottolinea il valore di un cappuccino bevuto insieme, delle conversazioni della colazione del mattino, di piccole cose e piccoli eventi “disimpegnati”, che pure portano in sé il senso stesso dell’esistenza, della comprensione e dell’affetto reciproco. La vita è più grande della politica: anzi, a volte la politica sta proprio da un’altra parte rispetto alla vita delle persone…

E questa è proprio la cifra distintiva del libro. Insieme (complimenti, una seconda volta!) alla totale assenza di moralismo, anche quando Pansa racconta storie e episodi stravaganti, curiosi, anomali. L’autore si curva con empatia su ogni singolo caso, su ogni singola vicenda: descrive, non giudica, e soprattutto ci aiuta a comprendere. E a ricordare che gli altri sono solo un diverso volto possibile di noi stessi: una ragione di più per accettare la “sceneggiatura” irregolare e imprevedibile che la vita ci propone.

Vi racconto un sorprendente Giampaolo Pansa

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