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Una sola cosa risulta chiara dal risultato del referendum costituzionale: ha vinto la democrazia. È già accaduto, in Grecia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti dove, piaccia o non piaccia, il popolo ha deciso il da farsi su materie che lo toccano direttamente. Chi afferma che la democrazia non funziona, che il popolo non sa scegliere e tutto ciò che non coincide con gli interessi dei gruppi dominanti è populismo, non è certamente un democratico. Sartori ci ha insegnato che democrazia è il diritto del popolo a fare anche scelte sbagliate, dato che se ne assume la responsabilità. Ma quali responsabilità si è assunta la maggioranza che ha deciso no? L’aspetto più preoccupante è che non lo sa. Per ora ha solo indicato che si deve tenere maggiormente conto delle volontà popolare e che non si devono temere le minacce scomposte dei gruppi dominanti.

Il 2 dicembre Dani Rodrik ha tenuto in Confindustria una dotta lezione in onore di Angelo Costa, prestigioso presidente dell’organizzazione degli industriali nel dopoguerra, sulle origini e sugli effetti delle disuguaglianze. Egli ha sostenuto che queste crescono più nelle relazioni tra paesi di quanto non accada all’interno. Poiché le relazioni internazionali sono oggi governate dagli interessi che muovono gli scambi mondiali, il mercato globale è il veicolo che genera disuguaglianze e malumori popolari che trovano espressione nei risultati referendari. Rodrik è un economista turco di nascita, professore nella prestigiosa Harvard University. Egli ha raggiunto la popolarità pubblicando un libro intitolato Globalization Paradox, nel quale sostiene che esiste un Trilemma inconciliabile tra mercato globale, Stato e democrazia: se vogliamo il primo, dobbiamo rinunciare a una delle altre due istituzioni. Nell’interpretazione di Rodrik è lo Stato a essere destinato a scomparire; poiché però l’inconciliabilità consiste nell’impossibilità degli Stati-nazione a legiferare liberamente, essendo sottoposti alla volontà del mercato globale, sarà la democrazia a essere sacrificata. Tuttavia, questa è talmente radicata nell’animo delle persone che, se dai a esse la possibilità di esprimersi, la loro volontà prevale su quella del mercato, creando problemi allo Stato, ma ridando a esso il ruolo naturale di garante della volontà popolare. Il risultato dei referendum corrisponde al rifiuto dei modi in cui agiscono i gruppi dominanti, i quali reagiscono accusando il popolo – e chi li rappresenta nella protesta, raramente nelle soluzioni – di “populismo”, invece di avviare un esame delle istanze popolari per correggere il loro operato ed educare i cittadini alle difficoltà della convivenza globale.

Nel mio libro “Dalla fine del laissez-faire alla fine della liberal-democrazia” e in un lavoro con Giovanni Farese intitolato “Al di là del Trilemma” abbiamo insistito che il Trilemma di Rodrik è inconciliabile perché si vuole che lo sia, ma non dovrebbe essere così. L’Unione europea privilegia il mercato, rifiuta lo Stato e tollera la democrazia; cioè sceglie l’inconciliabilità, invece di cercare l’equilibrio tra le tre istituzioni; così facendo l’Ue rischia di frantumarsi. La Cina privilegia lo Stato, rifiuta la democrazia e tollera il mercato, riconoscendone l’utilità ma non la superiorità nello scegliere; quanto possa durare non si sa. Il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno deciso di privilegiare la democrazia, rifiutando (almeno prima facie) il mercato aperto e attribuendo allo Stato un ruolo coerente con la volontà popolare, almeno sul piano delle promesse elettorali.
Questo è il problema che anche l’Italia deve affrontare dopo il risultato referendario. Avrebbe dovuto fare lo stesso se avesse prevalso il Sì. L’impegno posto dai gruppi dirigenti per raggiungere il risultato opposto denota l’assenza di una chiara visione di ciò che andrebbe fatto per riconciliare la volontà democratica con le esigenze del mercato aperto da cui dipende il nostro benessere, ridando dignità di ruolo allo Stato. Se si continua a pensare che si possa uscire dalla crisi occupazionale e dal malcontento popolare solo imponendo vincoli esterni e tassando reddito e ricchezza si porta il Paese alle soglie del disordine sociale; si apre così la strada a ulteriori perdite di sovranità o dittature soft, proprio quelle caldeggiate dalla parte della società che è stata sconfitta. Pensiamoci per tempo.

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