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È passata poco più di una settimana e siamo alle solite. Il diritto di famiglia, come stabilito dalla costituzione della Repubblica Italiana, le leggi ordinarie, nonché un’intera tradizione culturale sono stati nuovamente schiacciati dalle decisioni di un singolo tribunale.

Forse si dirà che una reazione di questo genere sia un tantino esagerata. Invece no. Proprio no. Proviamo a riflettere un momento.

Quello che è avvenuto ieri, con la convalida del Tribunale di Firenze di un’adozione gay, infatti, è propriamente il culmine di una linea di tendenza che si è conosciuta pubblicamente già a partire dalla discussione sulla Legge Cirinnà, la quale, a sua volta, ha fatto seguito ad un dibattito politico e parlamentare avviatosi nel 2006 con i cosiddetti Dico. Il risultato finale è stato il riconoscimento legale dei diritti delle coppie gay con lo stralcio del diritto all’adozione. Una scelta, tutto sommato, saggia, come saggio sa essere il legislatore quando discute in modo pluralistico e collegiale temi tanto sensibili: un risultato di mediazione che ben si sapeva tuttavia non avrebbe garantito totalmente dalle singole successive sentenze la decisione presa dal Parlamento sovrano di non concedere le adozioni alle coppie gay.

Adesso, di fatto, ci troviamo proprio davanti ad un ennesimo e inaudito scavalcamento del diritto. E nuovamente, com’era avvenuto a Trento, è stato un verdetto ad aggirare la legge, reintroducendo dalla finestra quello spinoso diritto all’adozione che era stato buttato fuori dalla porta.

Nel caso particolare una coppia omosessuale aveva infatti richiesto il riconoscimento di un’adozione sulla base di un’ordinanza pronunciata già nel Regno Unito, facendo valere la stabilità affettiva come ragione ultima del suo essere famiglia, senza alcun riguardo alla mancante differenza sessuale dei coniugi, trasformando così il vincolo puramente affettivo in condizione d’idoneità educativa per l’adozione di due fratellini. Ad essi è stato identificato così dal Tribunale lo status di figli, senza alcuna cautela sulle conseguenze educative e personali che ciò potrà avere su di loro, rischi per altro sollevati da molti osservatori.

Dei diritti di questi bambini, insomma, non se ne parla; dell’aderenza alla legge, men che meno.

Soprattutto, tale procedura pragmatica tenta di risolvere una questione di diritto, o si arroga di farlo, contemplando come unico metro di giudizio la situazione concreta e la validità di decisione che una corte deve prendere comunque sulla singola fattispecie.

Tale contesto, al di là del merito gravissimo dell’opzione, è quanto invita a pensare più in generale sul modo errato con cui sono affrontate questioni tanto essenziali dal punto di vista antropologico.

La nostra tradizione giuridica prevede, invero, che sia la conoscenza generale di una realtà a precedere la singola decisione sul singolo caso. Aristotele diceva, appunto, che la verità è la base dell’azione, perché conferisce a quello che facciamo il valore di un bene o un male sulla base di un solido criterio di giudizio.

Nell’ottica delle moderne democrazie questo principio si traduce nell’indipendenza e precedenza del potere legislativo rispetto al giudiziario. Un tribunale non fa le leggi, le applica e basta. Tale valore, in questo frangente, è più chiaro che mai proprio perché una singola scelta può intaccare la forma comunitaria e biologica primordiale dell’essere umano, con implicazioni dirette sul bene comune.

Per potere decidere se e in che misura dare la legittimità ad un’adozione, devo prima stabilire che cos’è una famiglia. E per sapere che cos’è una famiglia devo distinguere la sua essenza da altre forme associative e affettive. Inoltre, come ha ben spiegato Carlo Cardia su Avvenire qualche giorno fa, per consentire un’adozione devo dapprima fissare quali siano i diritti ultimi invalicabili che la persona dell’adottato, vale a dire il singolo bambino, deve necessariamente avere riconosciuti e salvaguardati dallo Stato. Di conseguenza devo definire la natura identitaria di una persona, fondata sul legame naturale con la madre oltre che con il padre, prima di concedere diritti ad altre persone di assumersene la responsabilità morale e genitoriale necessaria.

La risposta può essere anche controversa, sebbene in realtà non lo sia per niente, ma, proprio per questo, l’azione decisionale non può diventare in nessun caso creazione di una nuova verità giuridica o adattamento della legge alla situazione di fatto, noncurante di tutte le complesse implicazioni psicologiche e sociali che riguardano la crescita di un bimbo con due padri e senza una madre.

Non so se l’opinione pubblica è davvero consapevole della violenza intrinseca alla democrazia che si sta perpetrando al di sopra della natura umana, dal punto di vista giuridico e culturale.

La persona umana ha una sua verità. È questa una condizione biologica, materiale e spirituale permanente. La crescita di una persona non è legata solo agli affetti e alle volontà individuali, ma al modo ordinato e corretto in cui gli affetti e le volontà di ciascuno crescono e si sviluppano all’interno della natura stessa dei rapporti comunitari di figliolanza e di genitorialità interpersonali.

Da bambini si apprende, attraverso la parità genitoriale di un padre e una madre, ad essere se stessi e a rispettare, oltre che a conoscere, la differenza sessuale, nonché la loro complementarità e distinzione.

Questo paritetico e equilibrato complesso di diritti naturali viene meno in questa circostanza, a causa di una decisione che, noncurante del resto, ammette esclusivamente la volontà dei coniugi e le loro esigenze affettive.

Accidenti! Noi siamo un Paese europeo, figlio di una lunga tradizione filosofica e giuridica occidentale che progressivamente ci ha spinti a comprendere sempre più e sempre meglio l’essenza dell’uomo e il primato della persona. Non saremmo al grado di civiltà in cui siamo se non avessimo sentito come obbligo il rispetto assoluto di questi principi etici oggettivi come condizione di esercizio corretto della libertà e come fondamento della civiltà.

Tutta questa sorgente di sapienza la stiamo derubricando adesso a vantaggio di un non ben discernibile adattamento alle esigenze private di alcune persone, con un travisamento complessivo e radicale della nostra tradizione umanista, la quale ammette e riconosce invece che un soggetto è umano anzitutto perché generato dall’unione di un uomo e una donna, e perché, attraverso un sano sviluppo, matura individualmente un equilibrio e un’intelligenza che poi giustifica e rende possibile la libertà responsabile del singolo.

Prendiamone atto: in alcuni nostri tribunali, alla verità sull’uomo e sulla persona si preferisce un sinistro pragmatismo relativista. E, in tal modo, si continua ad investire su un individualismo sentimentalista e spiritualista che da decenni sta distruggendo la nostra identità collettiva, anziché puntare sul rafforzamento di un ordinato e collaudato sistema giuridico basato sulla natura umana, sulla differenza ontologica tra i sessi, e sul vero, reale e immutabile diritto di famiglia a tutela dell’infanzia.

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