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Mentre si rincorrono le notizie di possibili minacce russe alle infrastrutture critiche occidentali, l’Italia rafforza la sua governance del settore underwater, che è basata sulla cooperazione tra il comparto pubblico e quello privato e sul ruolo della Difesa nella protezione della sicurezza nazionale, energetica e delle telecomunicazioni. Non si comprende tuttavia l’attivismo italiano se non si considera anche quello che è il quadro giuridico applicabile alla materia. Il nostro Paese, grazie anche alle capacità della sua industria ed alla grande tradizione operativa della Marina nel dominio subacqueo, è già avanti rispetto ad altri alleati. Con il Disegno di legge approvato lo scorso settembre — ad iniziativa del ministero per le politiche del mare — riguardante la sicurezza delle attività subacquee che a breve inizierà il suo iter parlamentare, l’Italia si dota ora, prima tra le nazioni del G7, di una regolamentazione in linea con i principi internazionali.  

L’innalzamento della tensione tra Russia ed Ucraina per la messa in atto di forme non convenzionali di conflitto ha indotto a guardare con attenzione alle lacune che il diritto internazionale mostra per il danneggiamento di cavi e condotte. La Convenzione del diritto del mare (Unclos) è com’è noto orientata a garantire il diritto di tutti gli Stati di posare queste infrastrutture nell’alto mare o negli spazi marittimi degli altri Paesi, fatti salvi certi diritti di questi. Poche le norme dedicate, invece, all’enforcement nei confronti di navi intente in azioni di danneggiamento: esse assegnano in ogni caso valenza prioritaria alla giurisdizione del Paese di bandiera, escludendo che terzi Stati possano intervenire per reprimere l’illecito. Resta fermo tuttavia, che lo Stato i cui interessi vitali siano messi in pericolo dall’interruzione dei flussi energetici o digitali, può sempre adottare contromisure, necessarie e proporzionali,  comportanti l’uso della forza per interrompere l’azione ostile. A prescindere da simili provvedimenti costituenti estrema ratio,  gli Stati (di origine, di approdo e di transito di cavi e condotte sottomarine) dovrebbero cooperare tra loro -nel quadro dell’Unclos ed in particolare del regime previsto per i mari semichiusi come il Mediterraneo- per prevenire la minaccia.   

Un esempio concreto della posta in gioco si ha se si considera la preoccupazione che ha destato la presenza di navi di Stato russe specializzate in operazioni subacquee come la “Yantar” in prossimità di infrastrutture critiche occidentali. Il caso si è più volte ripetuto  nelle acque irlandesi e britanniche; entrata in Mediterraneo, l’unità ha anche effettuato rilievi sottomarini in siti del Tirreno centro-meridionale ove,  in vicinanza delle nostre coste, ci sono cavi e condotte.

Non a caso è da poco circolata la notizia — diffusa anche su queste pagine — che l’industria italiana stia serrando  i ranghi per fronteggiare tali minacce con opportune misure preventive. Fincantieri e Sparkle hanno infatti hanno siglato un memorandum d’intesa per lo sviluppo di soluzioni tecnologiche per la tutela dei cavi sottomarini, a dimostrazione di come l’Italia punti a rafforzare la resilienza delle infrastrutture subacquee secondo un approccio sistemico. 

Se si collega questa iniziativa a quella governativa per la creazione dell’Agenzia  per la sicurezza delle attività subacquee (ASAS) che opererà in sinergia con il Polo della subacquea di La Spezia, si ha una chiara evidenza di come il nostro Paese sia perfettamente in linea con il trend internazionale incentrato su sorveglianza militare ed adozione di best practices da parte dell’industria privata. 

I punti fermi sono al riguardo due: il New York Joint Statement on the Security and Resilience of Undersea Cables del Settembre 2024 di cui Formiche si è già occupata; e l’annuale UN Resolution su Oceans and the law of the sea approvata dall’Assemblea generale  lo scorso 3 dicembre. Questo testo, emanato per consenso dagli Stati parte dell’Unclos: 1) Riconosce che cavi e condotte sono vitali per l’economia e la sicurezza degli Stati di riferimento, invitando essi ad adottare opportune misure di protezione; 2) Incoraggia dialogo e cooperazione tra gli stessi Stati volti a promuovere la sicurezza delle infrastrutture critiche; 3) Richiede l’emanazione di normative penali volte a punire il danneggiamento doloso o colposo di tali infrastrutture esercitando giurisdizione su navi di bandiera e connazionali; 4) Afferma l’importanza delle operazioni di manutenzione e riparazione nel rispetto dei diritti dello Stato costiero. 

Da quanto detto, emerge inoltre l’esigenza che, al di là degli spazi di alto mare in cui vige l’eguaglianza tra tutti gli Stati, siano ben definiti i limiti di Zee e Piattaforma continentale dove sono collocate le infrastrutture critiche per definire correttamente i poteri degli Stati interessati. Il problema riguarda, in primis il Mediterraneo Orientale caratterizzato da  varie aree di overlapping tra Grecia, Cipro ed Egitto da un lato e Turchia e Libia dall’altro. Ma anche il nostro Paese per quanto riguarda l’incertezza dei confini marittimi con Algeria, Malta e Libia. Definire il regime di simili gray zones è dunque -come peraltro previsto dal Piano del Mare emanato dal ministero delle politiche del mare lo scorso anno — una precondizione per una efficace azione di sorveglianza sulle infrastrutture critiche di interesse nazionale e per impostare una corretta cooperazione con i Paesi frontisti.  

 

Underwater, come l’Italia sta blindando il suo futuro energetico e digitale

In un contesto di crescenti minacce alle infrastrutture subacquee, l’Italia sta rafforzando la propria governance nel settore attraverso un approccio integrato che combina regolamentazione avanzata, cooperazione pubblico-privato e sorveglianza militare. Con iniziative come il disegno di legge sulla sicurezza subacquea, il Paese mira a proteggere cavi e condotte vitali per l’economia e la sicurezza nazionale, mentre resta cruciale la definizione delle zone economiche esclusive. L’analisi dell’ammiraglio Fabio Caffio

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