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Non c’è nessuna ragione per votare No“. Non ha dubbi il costituzionalista ed ex ministro della Pubblica istruzione Francesco D’Onofrio: al referendum in programma il prossimo 4 dicembre – spiega in questa conversazione con Formiche.net – “è giusto confermare la riforma approvata dal Parlamento. Le ragioni per dire Sì – a mio avviso – sono molteplici“.

Iniziamo dal nuovo Senato delle autonomie. Perché – a suo modo di vedere – è un passo avanti?

Perché con la fine dell’Unione Sovietica e – poi con l’implosione della Prima Repubblica sotto i colpi di Tangentopoli – sono venute meno le ragioni storiche, politiche e culturali che giustificavano l’esistenza dell’attuale sistema. Oggi ci sono esigenze diverse, il cui soddisfacimento passa necessariamente attraverso la creazione di una seconda Camera – il Senato appunto – che rappresenti i territori.

Molti costituzionalisti, però, criticano con forza le soluzioni adottate dalla riforma Boschi-Renzi.

Vedo una grande mancanza di cultura storica: lo chiamano bicameralismo perfetto, ma in realtà non lo è mai stato. Innanzitutto perché il bicameralismo delle origini si differenziava per durata – la Camera, infatti, veniva eletta per cinque anni e il Senato per sei – e poi perché permane tuttora la differenza di età sia per l’elettorato attivo che per quello passivo. Con la riforma – se sarà confermata in sede di referendum – si passerà a un bicameralismo differenziato per funzioni. Ma c’è anche un altro aspetto molto sottovalutato nel dibattito pubblico che, però, è fondamentale.

Quale?

Il nuovo articolo 55 della Costituzione stabilisce che il nuovo Senato si occupi di valutare le ricadute sui territori delle decisioni europee.

Dunque?

E’ la prima volta che accade ed è molto importante: vuol dire che le decisioni di Bruxelles non caleranno più dall’alto sui territori. Il Senato dovrà svolgere un fondamentale ruolo di mediazione.

Secondo argomento: la modifica del rapporto tra Stato e Regioni. Perché pensa siano positive le modifiche introdotte?

Perché finalmente spariscono le competenze concorrenti introdotte dalla riforma del 2001: un tentativo maldestro da parte dell’allora centrosinistra di inseguire la Lega sul terreno del federalismo.

Da un punto di vista pratico quali saranno le conseguenze?

Penso, ad esempio, a quanto prevede il nuovo articolo 117 a proposito di sanità: finalmente tornerà allo Stato il potere di dettare disposizioni generali in materia di tutela della salute. Vuol dire fare un deciso passo avanti nel percorso di eliminazione delle inaccettabili differenze esistenti tra le sanità delle diverse regioni italiane.

C’è chi dice che questa riforma non vada bene perché non abolisce l’autonomia speciale. Come risponde?

Soltanto chi non conosce la storia italiana può sostenere che vadano abolite. Ci sono profonde ragioni geografiche, politiche e culturali che hanno portato al riconoscimento dell’autonomia speciale a favore di Sicilia, Sardegna, Friuli Venezia-Giulia, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta. Si può anche discutere nel merito – caso per caso – che tipo di autonomia concedere a ciascuna di queste regioni. Ma procedere a casaccio sarebbe un errore.

I sostenitori della riforma si stanno molto concentrando sui risparmi che si determinerebbero con la vittoria del Sì. Condivide?

E’ uno sgradevole scivolamento verso forme deteriori di populismo. La riforma della Costituzione non si fa perché abbassa i costi. Intendiamoci: può anche comportare una riduzione della spesa, ma non può essere questo l’argomento principale.

E il rischio di deriva autoritaria paventato da molti?

Ma non scherziamo: sono state anche modificate le maggioranze richieste per l’elezione del Presidente della Repubblica in modo da far partecipare pure la minoranza. Le pare che una scelta del genere possa nascondere un intento autoritario?

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