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Mediatico e conservatore. Anticonformista e tradizionalista. Iconoclasta finto e autoritario autentico. Narcisista per vocazione e saccente per elezione. Giovane/vecchio e atemporale. The Young Pope (Jude Law) è la sintesi di ciò che la Chiesa cattolica, apostolica e romana dovrebbe/potrebbe essere nella post-modernità. E non soltanto secondo Paolo Sorrentino che in tempi di Vatileaks, corvi e cialtroni secolari e presbiteri, rapaci di di ogni genere annidati all’ombra di San Pietro, ha avuto il merito di tratteggiare, magari senza crederci troppo.

Poco male se la Curia diventa davanti al suo obiettivo un’associazione parodistica di eminenze che si muovono intorno ad un Papa eccentrico e volitivo, funestato da traumi infantili irrisolti. E ancor più trascurabile è la circostanza che i fedeli vengano rappresentati come “macchiette”, divertiti ed atterriti ad un tempo dall’apparizione di un uomo di bianco vestito, elegante nel portamento e impreziosito dai simboli di una religiosità perduta; che beve improbabili bibite americane, ma ripristina il Triregno come emblema della Sovranità; che ha l’ardire di proclamare la centralità di Dio ad un popolo che se n’è dimenticato, ben oltre le miserie della mondanità perfino un po’ stracciona che attraversa ambienti ecclesiastici dominati dalla permanente festa mobile dell’ignoranza e dal pauperismo funzionale all’allontanamento dalla fede di consistenti masse sedicenti cattoliche, frastornate.

Non so se l’intenzione di Sorrentino era quella di distanziare sideralmente l’immagine del giovane Pio XIII dalla figura di Papa Francesco. Sia come sia, è questo l’effetto che fa suscitando nella percezione del pubblico (molto consistente, ben al di là delle pur rosee aspettative) un moto di simpatia per un Pontefice tabagista ed opportunista, consapevole che dalla manipolazione orchestrata dai cardinali in Conclave (senza l’intervento dello Spirito Santo) sarebbe asceso al Soglio di Pietro sia per vanità che per riportare un qualsivoglia ordine – il suo ordine – frantumato nella Chiesa secolarizzata.

Con l’aiuto di una suora (Diane Keaton), eccentrica almeno quanto lui che conosce fin da bambino, che a qualcuno, clamorosamente sbagliando ha ricordato la mitica suor Pasqualina coadiutrice di Pio XII, Papa Lenny Belardo mette in piedi una tragicomica pochade politico-religiosa allo scopo di irridere, tra una partita a biliardo ed amletici silenzi, cardinali che ritenevano di “giocarselo” per promuovere le loro ambizioni e vengono puntualmente “giocati” con ineguagliabile voluttà da un uomo che non sa neppure bene chi sia e che cosa ci faccia là, nel Palazzo Apostolico che percorre in lungo ed in largo come se cercasse una dimensione al proprio destino. Che è poi quello – almeno così fa intendere – di stracciare le consuetudini che scandiscono la vita della Curia post-conciliare, quali premesse per una rivoluzione i cui esiti non è dato ipotizzare in attesa della conclusione.

Sorrentino, con la consueta abilità, narra un incubo e un sogno. Il suo film è un’opera jazz nella quale gli “improvvisi” s’innervano in uno spartito collaudato e lo stravolgono fino al punto di caduta di una battuta solenne che chiude l’ossessivo sincopato degli orchestrali. Il giovane Papa dirige, insomma, un ensemble che somiglia molto all’establishment di una Chiesa decadente ed irreligiosa, formale nell’ossequio ai pochi simboli rimasti in vigore e soggiogata dalla mondanità, nella quale sono dunque saltate le misure canoniche e si naviga a vista. Per questo il suo piccato discorso dalla Loggia della Basilica Vaticana viene percepito come una sorta di annuncio apocalittico: senza Dio non siete niente, grida; e finché non vedrete Dio, non vedrete neppure me. L’ombra che lo avvolge e lo accompagna nella fuga accende paure che nelle folle che popolano il sagrato di San Pietro non si erano mai manifestate da quando i Papi hanno preso a mostrarsi.

Una rockstar del Terzo Millennio vestito con i paramenti tradizionali? Può darsi. Certo, lo schiaffo al conformismo ecclesiastico schitarrante e fulgidamente schiamazzante è forte. Sonoro come rolling stones impetuose. Manca “Simpaty for the devil”. Sarebbe stato eccessivo come colonna sonora dopo l’apparizione notturna del Giovane Papa. Il Te deum in gregoriano avrebbe avuto un effetto ben più potente. Rivoluzionario.

The Young Pope, l'improvvisata opera jazz di Paolo Sorrentino

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