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Il calendario del Sud è fermo al 2008. Da allora hanno abbandonato il Mezzogiorno 500mila giovani. L’area ha perso 13 punti di Pil e con solo il 26% degli occupati ha subito il 60% delle perdite di lavoro avvenute in Italia. Perfino il dato simbolico della natalità è stato superato, nel 2010, con 1,42 figli in media al Nord, contro 1,34.

Complice la crisi economica, certo. Ma nelle «Lezioni sul meridionalismo» a cura del giudice emerito della Corte costituzionale, Sabino Cassese, edito da Il Mulino, che raccoglie lezioni tenute al Centro Dorso di Avellino, si scopre che il Sud di oggi è molto meglio del Sud di ieri (seppure a macchia di leopardo), ma è peggiorato di molto se paragonato a quanto si sta verificando nell’Italia del Nord e in Europa.

Se il Sud non fosse in ritardo potremmo correre al livello della Germania, invece la questione meridionale è stata dimenticata. Perché?

Lei ha detto che è stata dimenticata. Dietro a questo aspetto c’è un problema istituzionale che si è creato nel 1970. Infatti, dal 1948 la questione meridionale era considerata una questione nazionale con l’istituzione per legge della Cassa per il Mezzogiorno, ma nel momento in cui sono state istituite le Regioni ha assunto una dimensione locale. Di che si interessava la Cassa per il Mezzogiorno? Dell’agricoltura e dei lavori pubblici. E chi si interessa, oggi, dell’agricoltura e dei lavori pubblici? Le Regioni. Quindi, è corretto dire che abbiamo voluto passare la questione meridionale nelle mani delle regioni.

La convinzione che occorra tenersi alla larga dal Sud e che meno si dà spazio alla questione meridionale e meglio vadano le cose non potrebbe rivelarsi davvero più vantaggiosa?

No. Dobbiamo riaprire questo capitolo anche se è complicato. Fin dagli Anni 50 è stata valutata come una questione relativa allo scarso sviluppo di tipo istituzionale e finanziario. Quindi, si pensò di dare istituzioni più moderne e più soldi al Sud. Ora, invece, abbiamo una visione molto più complessa messa in luce dal pensiero economico, in particolare quello divulgato in un libro di grande successo: «Perché falliscono le nazioni» di Daron Acemoglu, professore al MIT di Boston, e James A. Robinson, professore ad Harvard. Il punto è che le istituzioni fanno corpo con la società e se la società continua ad assumere atteggiamenti superati, le istituzioni rimangono arretrate. I dati che ho riassunto nel mio saggio, che provengono dal libro «La lista della spesa» di Carlo Cottarelli, sono eloquenti: il Sud costa di più per pensioni di invalidità in rapporto alla popolazione; le regioni e i comuni del Sud hanno un numero di dipendenti e una spesa per abitante superiori a quelli del Nord; le regioni del Sud pagano corrispettivi per costo-chilometro per trasporto molto più elevati rispetto al Nord. Questi sono dati molto preoccupanti perché riguardano le Prefetture, le Regioni, i Comuni, l’Inps… Un quadro preoccupante perché riguarda tutti: in poche parole lo Stato riesce a essere efficiente dove la società è meno arretrata ed è inefficiente dove è più arretrata.

Lei nel libro cita il senatore del Regno d’Italia, Leopoldo Franchetti, che nel 1877 scriveva: «I funzionari pubblici non debbono essere siciliani». Poi sottolinea che più di due terzi del personale pubblico è meridionale con punte fino al 90% nei ranghi alti (lo era alla fine degli anni ’80 ma dice di aver buon motivo di credere che la situazione non sia cambiata). Infine, si chiede: se il Sud si è impadronito dello Stato e delle istituzioni perché i meridionali che operano nelle «stanze dei bottoni» non hanno fatto di più per la loro terra? Sembra un’accusa di tradimento. Che cosa risponde?

Forse è eccessivo dire che si tratta di tradimento. Ma è una domanda che sorge naturale, che chiunque potrebbe porsi. Se c’è stata dagli inizi del ‘900 una cosiddetta meridionalizzazione dello Stato, fenomeno rilevato da Francesco Saverio Nitti in un saggio del 1900 e poi discussa da tanti personaggi come Gaetano Salvemini, e se lo sviluppo del Mezzogiorno dipende in larga misura dallo Stato, la domanda è: ma tutti questi meridionali che hanno svolto un ruolo importante nello Stato, perché non se sono preoccupati?

Mi faccia capire: sarebbe sufficiente non affidare la questione meridionale ai meridionali?

Di certo c’è da chiedersi se sia un bene lasciare il Mezzogiorno nelle mani dei soli meridionali. Tuttavia bisogna anche aggiungere che gli stessi meridionali quando devono agire nel Mezzogiorno incontrano i limiti che derivano dal contesto. Questo fenomeno iniziò con i meridionali che scapparono dai Borboni: il regime illiberale e autoritario e poco rispettoso dei diritti fondamentali dei cittadini del Regno delle Due Sicilie spinse tanti, penso per esempio a Francesco De Sanctis, a fuggire nel Nord. Quegli stessi meridionali andarono al governo e tuttavia non riuscirono a creare le condizioni di uno sviluppo uguale a quello del Nord. Il contesto ebbe la meglio. Noi dimentichiamo sempre gli effetti del contesto: l’ambiente fisico, i valori morali, il familismo, le culture nell’ampio senso antropologico, le attitudini personali, le aspirazioni tutto ciò condiziona, e molto, l’esito.

Perciò l’avellinese Guido Dorso, cui il libro è dedicato, diceva che il secondo tempo dei veri meridionalisti era quello della verifica sul tradimento delle ragioni del Mezzogiorno.

Dorso vedeva la soluzione di questo problema, sulla linea di Gaetano Mosca, nelle élites. C’è quella famosa frase di Dorso per il quale basterebbero «100 uomini d’acciaio».

Anche perché un secolo di interventi speciali e straordinari ha evidentemente stufato gli italiani tanto da far nascere perfino, per reazione, una questione settentrionale. Tra i giovani, lei ne vede qualcuno di questi 100 uomini d’acciaio?

Il problema degli interventi nel Mezzogiorno potrebbe essere illustrato ricorrendo alla metafora dell’acquedotto che perde. È stata portata acqua al Mezzogiorno, sono state date risorse, ma quest’acqua è stata calata in tubi che perdevano. Come nel famoso acquedotto pugliese, il 20% di questa acqua è andata perduta. Oggi, la mia impressione è che specialmente nei giovani meridionali c’è l’idea, che esisteva già in passato, ma che si è accentuata, che c’è una sola soluzione, quella di fuggire dal Sud. E, infatti, c’è una ripresa di emigrazione. L’ultimo rapporto Svimez a questo riguardo è impressionante. Basta parlare con qualsiasi sindaco delle aree interne.

Nel suo libro è citato il caso dei sardi che addirittura sarebbero a rischio di estinzione

Sì. Specialmente nelle aree interne del Sud si pone la questione dello spopolamento.

Tra le emergenze del Sud ne sceglierebbe una da cui cominciare?

Ne ho scritto riguardo al caso Tempa Rossa. Si tratta del blocco decisionale. Se l’incapacità del nostro sistema di decidere diventa ancora più forte nel Mezzogiorno, la conseguenza è che tutto si ferma. Il libro di Luisa Torchia, «I nodi della pubblica amministrazione», è impressionante perché racconta la questione degli investimenti pubblici in Basilicata, che ha trovato fonti di energia e potrebbe fare passi da gigante. Invece che sta succedendo? Da un lato gli enti locali si comportano come dei taglieggiatori: chiedono royalties addirittura per pagare concerti rock o dare salari di cittadinanza alla popolazione, e quindi ritardano nel dare le autorizzazioni. Dall’altro c’è la corruzione su cui intervengono le procure, per cui tutto si blocca. Il petrolio in Basilicata in alcune zone sgorgava come da una sorgente, dopodiché ci hanno messo 20 o 30 anni per le prospezioni, poi per la coltivazione. E siamo ancora all’inizio.

Eppure in molti sostengono che il Sud dovrebbe puntare veramente su un solo settore: il turismo. Che ne pensa?

È una vecchia idea che risale addirittura a prima dell’Unità d’Italia. «Sud giardino d’Europa». Sud: luogo di vacanze. Certo, c’è il sole. Ma secondo lei è possibile una società di questo tipo? Prenda la Florida, un luogo nel quale le persone che vivono nei ghiacci di Boston e New York vanno a svernare o risiedere quando vanno in pensione. Ma forse che la Florida è diventato un paese di vecchi? No. È anche uno Stato dove c’è uno sviluppo economico e produttivo notevolissimo. E che facciamo noi in Italia, il ghetto delle vacanze? E, a ottobre, il Sud che fa? Chiude? Per poi riaprire il maggio o giugno successivo?

(Intervista pubblicata su Italia Oggi, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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