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“Vedo in Italia un fermento nelle attività al femminile che fa ben sperare, ma via via che diventiamo più forti, vorrei che non ci dimenticassimo delle più deboli”. Così Emma Bonino ha aperto nei giorni scorsi il convegno “Le donne nella quarta rivoluzione industriale. Occupazione, tecnologie e welfare”, organizzato dall’associazione Pari o Dispare, nell’aula della Commissione Difesa, in Senato. “È necessario valorizzare competenze ed energie delle donne immigrate nel nostro Paese: manca una politica dell’integrazione, ma spero di riuscire a coinvolgerle proprio a partire dal mercato del lavoro”, ha proseguito.

Un mercato del lavoro, quello italiano, che ha ancora tanta strada da fare per raggiungere gli altri paesi in fatto di politiche per l’inclusione e di  valorizzazione della diversità, come ha sottolineato Ivan Scalfarotto, sottosegretario allo Sviluppo economico e, nella sua prima vita, manager delle risorse umane in Citigroup. “Nel Regno Unito, dove ho lavorato per diversi anni, le tutele sono molto forti e le aziende intelligenti non discriminano, anche per non avere problemi di tipo reputazionale. L’inclusione, insomma, viene ottimizzata come vantaggio competitivo”.

Le azioni messe in campo per l’inclusione delle donne e delle altre categorie storicamente discriminate, sono molte e, a leggerle, ingolosiscono e allo stesso tempo fanno mettere le mani nei capelli, se si confrontano con la situazione del nostro paese: “Nelle risorse umane di molte multinazionali c’è la figura del chief diversity officer, il direttore della diversità; si incoraggia la paternità; le aziende favoriscono la creazione di network fra dipendenti accomunati da qualcosa, come i dipendenti con figli o le minoranze etniche, e predispongono una sorta di call center che manda una baby sitter, se questa dà buca all’ultimo momento.

Insomma, c’è una cultura aziendale profondamente diversa, che incoraggia l’equilibrio fra lavoro e vita privata”. Facebook è un altro esempio di azienda dalle politiche virtuose, come spiega Paola Bonomo, consigliere di Piquadro e Axa, già manager del colosso di Menlo Park: “L’azienda prevede quattro mesi di congedo genitoriale per uomini, donne, coppie gay, tutti. Un’azione del genere è un game changer, perché a quel punto non si discrimina più, uomini e donne hanno la medesima possibilità di stare a casa. Assistiamo a una rivoluzione dell’assetto produttivo e dei servizi, sulla base di applicazioni e tecnologie non sfruttate appieno finora – sensori, intelligenza artificiale, robotica”, continua Bonomo, che non risparmia alle donne qualche tirata d’orecchie: “Per i prossimi anni sono previsti 800mila posti di lavoro nell’Ict, non vorremo mica lasciarli tutti agli uomini! Vedo, nel mondo delle start up al femminile, idee meno ambiziose di quelle portate avanti dai maschi. Forse per pregiudizi, forse per mancata capacità di sognare, fermano le loro prospettive all’Italia, senza pensare globale”.

Sognare di diventare grande, certo, viene più difficile senza un esempio da seguire, come ha sottolineato un’ispiratissima Benedetta Arese Lucini, fondatrice di Oval Money, già general manager Uber Italia: “Il bisogno delle donne di crescere viene spinto anche da altre donne mentori, punti di riferimento come ciò che rappresenta Samanta Cristoforetti per le bimbe di oggi, che sognano di diventare astronauta. Queste icone normalizzano il fatto che una donna possa ricoprire un ruolo importante. La mia manager in Morgan Stanley era una donna, che quando sono entrata io era incinta e mi sono ritrovata sin da subito a doverla sostituire in molte occasioni. Questo mi ha fatto crescere molto”.

“La posizione che abbiamo oggi, di top executive in Italia, non è banale”, aggiunge, se qualcuno avesse questo dubbio, Veronica Diquattro, 33 anni, Managing Director, Southern and Eastern Europe di Spotify. “Quattro anni fa eravamo le prime a rientrare, dopo aver lavorato all’estero, in una realtà italiana, dove dovevamo confrontarci con un contesto tradizionale, e non è stato semplice”, ammette. Ma oltre alla crescita del numero di donne in ruoli apicali, la manager individua un mutamento radicale dei modelli di business, che ha trasformato alcune abitudini (i trasporti cittadini nel caso di Uber, l’ascolto di musica con Spotify, il turismo nel caso di Airbnb) e la cultura aziendale. “La rottura con il passato, nel caso delle realtà digitali, è un approccio orientato alla diversità e all’inclusione, al di là del prodotto. Queste aziende marciano spedite verso la parità dei diritti, che vanno tutelati mentre si sviluppano le capacità e stanno facendo molto bene in termini di equal pay, fissando dei target e misurando le performance; la paternità viene pagata agli uomini al 100%, nuovi modelli organizzativi sono in grado di sradicare i binomi tradizionali uomo-carriera e donna-famiglia. La disuguaglianza frena l’equilibrio delle donne fra carriera e famiglia e limita la vita affettiva degli uomini: si tratta di un cambio di mentalità totale”. Tutto lascia pensare che, se nella prima e nella seconda rivoluzione industriale i lavoratori in catena di montaggio usavano le mani, e nella terza lavorano con il cervello, forse nella quarta lavoreranno con il cuore.

 

Facebook, Spotify e Uber. Le donne nella quarta rivoluzione industriale

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