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E’ finita peggio di com’era iniziata. Non c’è pace nelle fila dei 5 stelle. E così sia Carla Romana Raineri, il magistrato capo di gabinetto di Virginia Raggi, sia Marcello Minenna, potentissimo assessore della giunta romana, hanno gettato la spugna. Dimissioni. “Simul stabunt vel simul cadent“, verrebbe da dire. Perché i due hanno marciato sempre di conserva. Il magistrato che sceglie il giovane funzionario Consob alle dipendenze del prefetto Tronca. Lui che le rende il piacere, o il dispiacere, proponendola alla Raggi come capo di gabinetto.

In coppia erano il pezzo pregiato della giunta. Coloro che dovevano garantire soprattutto professionalità. Anche a costo di entrare in conflitto con le rigide regole del Movimento. La Raineri che pretende un compenso particolarmente elevato – 193 mila euro l’anno – Minenna che prova a scambiare il modesto compenso di assessore con la retribuzione percepita quando faceva parte dell’Authority, che vigila sulla Borsa. Ottenendo un netto rifiuto e la collocazione in aspettativa, senza stipendio.

Alla fine la stessa Raineri, nonostante si fosse più volte esposta in dichiarazioni pubbliche a favore del suo compenso, ha dovuto recedere. Il Testo Unico sugli Enti locali stabilisce un tetto retributivo – 120 mila euro all’anno – oltre il quale non si può andare. Troppo facile, quindi, per le opposizioni minacciare, fin dall’inizio, fuochi e fiamme. Finché l’intervento di Raffaele Cantone, a nome dell’Anac, ha risolto ogni dubbio: quel maxi contratto non poteva essere firmato.

Fin qui i fatti nudi e crudi. Poi ci sono i gossip e i paradossi. E tutti hanno come sfondo i conflitti all’interno del movimento. Tra i duri e puri che invocano i sacri principi della militanza: nessun arricchimento individuale per cariche pubbliche. E coloro che ritengono che la professionalità è merce pregiata. Che va quindi adeguatamente compensata. Il paradosso è che le critiche facevano salva propria la retribuzione della Raineri. Mentre si accanivano sugli altri membri dello staff. A partire da Salvatore Romeo e Raffaele Marra, entrambi vicinissimi alla Raggi. Colpevoli di percepire rispettivamente 120 e 88 mila euro. Troppi per il mondo della militanza.

Per dirimere la questione e procedere ad un loro ridimensionamento sarebbero dovuti intervenire proprio la Raineri e Minenna. La prima in quanto donna di legge, oltre che capo di gabinetto; il secondo per essere il guardiano dei conti pubblici. E quindi il responsabile in grado di valutare le conseguenze finanziarie delle possibili soluzioni. Un occhio ai casi denunciati dalla “base”, l’altro ai possibili effetti imitativi in tutti gli altri assessorati. Senonché gli arbitri, chiamati in qualche modo a dirimere la partita, hanno, a loro volta, subito l’onta del “cartellino rosso”. E sono stati costretti a lasciare l’arena di gioco.

Colpa quindi di Romeo e di Marra come mormorano alcuni militanti? Difficile dire. Meglio attenersi a principi di carattere più generale. Il pasticcio di fondo è dato dalla scarsa chiarezza delle relative responsabilità. Chi è legittimato a governare Roma? Chi ha vinto le elezioni o una “base” irrequieta e barricadiera? La risposta sarebbe semplice se di mezzo non vi fosse quel famoso “codice etico” con la Casaleggio & Associati. E’ quella sorta di contratto che vincola il primo cittadino e lo sottopone alla tutela del direttorio. Che, a sua volta, assorbe come una spugna gli umori più malsani di una militanza vissuta pericolosamente. Roma ha immensi problemi da affrontare, può sobbarcarsi anche quest’ultimo fardello?

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