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Gli anni seguiti alla crisi hanno comportato per l’economia italiana un drastico calo del prodotto pro capite e della produttività, superiore alla media dell’Area Euro, abbinato a una riduzione del livello della TFP. Questo calo è stato accompagnato da una notevole riduzione del processo di accumulazione del capitale pubblico, anche a causa delle manovre di consolidamento fiscale e dei vincoli posti alla capacità di investimento delle Amministrazioni locali. Il 2015 ha segnato un’inversione di tendenza, con il ritorno alla crescita degli investimenti pubblici, in generale, e di quelli infrastrutturali, in particolare, grazie alla ripresa dell’economia e a una minore severità delle politiche economiche.

In una fase storica caratterizzata da una debolezza della domanda aggregata in tutti i Paesi avanzati, causata dal fenomeno della cosiddetta “stagnazione secolare”, così come definita da Larry Summers, e da costi di finanziamento estremamente bassi, a causa delle politiche monetarie espansive delle banche centrali, risulta particolarmente opportuno aumentare l’investimento in capitale pubblico, ai fini di sostenere la produttività e, quindi, la crescita economica, soprattutto in aree caratterizzate da forti gap infrastrutturali. Come sostenuto da Mario Draghi qualche tempo fa: “Non vi è dubbio che la dotazione di capitale pubblico sia tra i fattori che determinano il potenziale di crescita di un’economia. Gli indicatori di dotazione fisica di infrastrutture suggeriscono il permanere di un ampio divario tra l’Italia e gli altri principali paesi dell’Area dell’Euro”.

Le recenti normative introdotte dal Governo, tra cui l’abolizione del Patto di Stabilità Interno e il passaggio al pareggio di bilancio per le Amministrazioni locali, la flessibilità ottenuta in ambito europeo in relazione alla “clausola degli investimenti” e la mobilitazione delle risorse comunitarie relative all’utilizzo dei Fondi Strutturali e agli investimenti del Piano Juncker sembrano andare nella direzione giusta, anche se gli spazi di manovra fiscale risultano ancora limitati a causa di una spesa corrente ancora relativamente elevata e di una capacità di finanziamento che, soprattutto nel caso delle Amministrazioni locali, sembra essere ancora molto contenuta.

In base alle stime ottenute nel presente lavoro, la formazione di capitale pubblico ha un impatto positivo sulla crescita della produttività; tale impatto tuttavia, tende ad essere influenzato negativamente dagli effetti depressivi derivanti da un elevato debito pubblico in rapporto al PIL. In particolare, gli effetti positivi degli investimenti pubblici tendono ad annullarsi intorno a una soglia data da un rapporto debito pubblico/PIL pari all’80%, per poi diventare negativi per livelli di debito superiori a tale soglia. In Paesi come l’Italia, caratterizzati storicamente da un elevato livello di debito, risulta fondamentale abbinare programmi di investimenti pubblici a schemi efficaci di rientro dal debito. Di fatto, una riduzione del rapporto debito pubblico / PIL pari al 5% all’anno, così come prevista dal Fiscal Compact, consentirebbe all’Italia di ritornare, in un decennio, a un livello di debito pienamente compatibile con un effetto positivo del capitale pubblico sulla crescita dell’economia.

Perché è utile ridurre il debito pubblico. Report Cdp

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