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La “grande scoperta” dei nostri giorni è che l’Unione Europea e il suo euro, così come sono stati ideati e rattoppati, non funzionano. Raggiunto per divinazione questo stato di coscienza, i gruppi dirigenti continuano imperterriti a sostenere che si deve andare avanti, tanto a pagare non sono loro.

Per compensare questo disinteresse, si va facendo strada a livello politico la proposta del salario di cittadinanza come simbolo di grande socialità. Alcune regioni lo hanno già deciso. Allo stesso tempo, i molto omaggiati colonnisti richiedono o parlano di riduzione di spesa pubblica e, mancando questa, di riduzione di tasse; essi credono che si possa uscire dalla crisi dall’alto, mentre il Paese continua a precipitare verso il basso.

Poiché le cure vengono dedicate alle esportazioni e non agli investimenti (soprattutto nelle costruzioni, il primo motore dell’economia) l’Italia si permette il lusso di avere un eccesso di risparmio inutilizzato (alias avanzo di parte corrente della bilancia estera) pari a 47,7 mld di dollari (ultimo dato The Economist), esattamente ciò che manca a una crescita decente. Abbiamo quindi spazio per una maggiore spesa pubblica per investimenti, ma non la possibilità di usarlo perché le regole europee ce lo impediscono e quel poco che si può fare lo ingabbiano in regole inattuali.

È pur vero che il Governo ha lottato per una maggiore flessibilità del deficit di bilancio pubblico e (a quanto si dice) lo ha ottenuto, ma la destinazione delle maggiori risorse pare si indirizzi ancora verso la spesa corrente. Le istituzioni sovranazionali e il mercato finanziario mondiale sostengono che abbiamo troppo debito pubblico e noi programmiamo di aumentarlo, pur affermando che diminuirà, ricevendo periodiche smentite; non affrontiamo di petto il problema e invece gioiamo per i rendimenti negativi dei BOT, il basso spread e il basso tasso del BTP, andando incontro impreparati all’aumento dei tassi mondiali. La cronaca si può manipolare, ma non la storia e questa farà emergere l’insipienza delle nostre alleanze internazionali e della nostra politica economica.

Il FMI ha sempre manifestato scontentezza per la politica europea deflazionistica, ma non ha mai criticato le regole di governo dell’euro. Lo ha fatto di recente in modo implicito celandosi dietro una ricerca econometrica con la quale ci manda a dire che, con l’euro attorno a 1,10 nei confronti del dollaro, l’economia europea crea ingiustizie, perché la Francia dovrebbe svalutare del 6% e la Germania rivalutare del 14%. Poiché non si può fare avendo la moneta e i cambi unici per tutti, il deficit estero della Francia e il surplus estero della Germania aumenteranno, accrescendo le incongruenze sociali ed economiche dell’Unione. Le regole europee sono così mal fatte che l’Italia, con il suo surplus dovrebbe rivalutare, anch’essa peggiorando le sue performance economiche.

Non credo che si debba essere Premi Nobel dell’economia per sostenere che un’area monetaria con dentro profonde diversità strutturali di produttività possa sopravvivere e, se sopravvive per necessità o volontà politica, le aree deboli sono destinate a impoverirsi e quelle forti ad arricchirsi. L’idea che le riforme del mercato del lavoro possano cambiare le posizioni relative in un mondo dove l’incidenza del costo del lavoro è modesta e destinata a ridursi per l’incidenza delle innovazioni tecnologiche è una illusione che si scontra con la realtà delle cose. Manca una politica europea che affronti questo problema razionalmente, ma sua eccellenza è in tutt’altre faccende affacendata.

L’idea alternativa che si va facendo strada è che la soluzione consista nel trasferire a Bruxelles, con la vigile presenza di Francoforte, la residua sovranità fiscale degli Stati-membri che incontrano difficoltà a uscire dalla crisi; questa è un’altra illusione, se non proprio un imbroglio, essendo la più plateale violazione della democrazia da parte di una comunità internazionale che l’ha in grande e crescente fastidio. L’Unione Europea non vuole una Confederazione di Stati che legittimerebbe l’euro e il mercato unico, ma accredita di fatto la pretesa egemonica di alcuni paesi, Germania in testa, che fondano i loro comportamenti sul principio che i ricchi-forti devono prevalere sui poveri-deboli; in breve, si persegue un darwinismo sociale che pensavamo d’aver superato sul piano della convivenza civile.

Un prestigioso giornale italiano ha raccolto l’intervista del Presidente della Bundesbank Weidmann, senza contrapporre commenti adeguati da parte dei suoi omaggiati colonnisti. Eppure Weidmann ha descritto quello che avverrà in Italia se i gruppi dirigenti continuano a percorrere la strada tracciata da Bonn e Francoforte. Questo giornale ha sollevato l’obiezione che la Germania ha violato e viola i patti europei ogni volta che ne ha avuto e ha necessità, nel silenzio degli altri paesi-membri. Ha fatto benissimo, ma ha anche riconosciuto che vi sono casi riguardanti spesa pubblica e crisi bancarie che non possono essere affrontati con le regole incomplete stabilite dai trattati. Non basta amministrare gli accordi, ma occorre fare politica.

Il Governatore Visco ha fatto finta di ignorare le istruzioni impartite dal collega banchiere con un atteggiamento politically correct. Penso che lo farà in un prossimo futuro, in occasione di un qualche incontro accademico, dicendo che lui non era d’accordo. Penso che il silenzio sia una reazione “impropria” perché le obiezioni vanno mosse prima, non dopo, come fatto per lo sconsiderato bail-in.

savona

Ecco come il Fmi bistratta le regole di governo dell'euro

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