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Il luogo da cui parte oggi l’offensiva contro Mosul, la roccaforte dello Stato islamico in Iraq e la città più importante nella narrativa del gruppo, è Makhmour, dove si trova la base in cui la scorsa settimana un Marines americano è stato ucciso da un colpo di mortaio sparato dagli uomini del Califfato, che avevano scoperto gli spostamenti segreti (o meglio, che dovevano essere tali) dei soldati statunitensi. Lo annunciano fonti militari iracheno.

GLI IRACHENI SONO PRONTI?

Ufficialmente il governo iracheno dice che riprenderà Mosul entro l’anno, come da piani concordati con gli Stati Uniti, ma in privato, scrive Reuters, i comandanti dicono che non sanno come l’esercito risponderà all’offensiva, ossia se i soldati saranno abbastanza pronti e preparati dagli advisor militari occidentali che stanno aiutando i soldati di Baghdad a darsi un alone di credibilità in battaglia, dopo che per mesi lo Stato islamico li ha schiacciati come fossero formiche.

I PESHMERGA STRINGONO SU TRE LATI

Per il momento sono stati i più preparati e valorosi Peshmerga curdi a portare avanti le operazioni preliminari all’offensiva: le linee di comunicazione della più grande città controllata dall’Isis sono state tagliate su tre direttrici, e i combattenti scesi da Erbil controllano un territorio che ormai arriva fino a 15 chilometri dalla cerchia cittadina. Altri villaggi sono stati ripresi dall’esercito centrale, che ha ingaggiato diverse battaglie (ancora in corso) giovedì mattina presto, secondo quanto dichiarato all’Associated Press dall’ufficiale iracheno Yahya Rasool, che guida il Joint Military Command.

CONTATTI CON LE MILIZIE SCIITE

Uno snodo nevralgico adesso è la conquista della città petrolifera di Qayara, sulla riva occidentale del Tigri: la centralità del ruolo è legata ai collegamenti, perché Qayara è nella direttiva per Hawija, due hub dell’Isis. Pare che ci sia un coordinamento tra i Peshmerga e alcune milizie sciite che stanno appoggiando Baghdad per lanciare l’attacco a Qayara: è probabile che gli Stati Uniti, che non possono stringere alleanze con gli sciiti perché sono settari e poco amati dai mosulawi, usino i curdi come collegamento per non perdere questi alleati (ob torto collo) strategici.

OPERATION CONQUEST

L’operazione è stata rinominata “Fatah” (“conquista”, “Operation Conquest” in inglese ) e dovrebbe interessare non solo Mosul, ma tutta la provincia di Ninive, e avrà l’appoggio areo della Coalizione a guida americana; in questi giorni di battaglie iniziali, gli uomini del Califfato hanno incendiato diversi pozzi di petrolio per produrre il fumo necessario a coprire ai caccia i loro spostamenti. Forse ci sarà anche qualcosa in più dei raid aerei, visto che la base di Makhmor è stata già inquadrata come “Firebase”, ossia come punto di fuoco per l’artiglieria.

IL PESO RELATIVO DELE DICHIARAZIONI IRACHENE

Gli annunci che arrivano dagli iracheni, governo o militari, sono da prendere sempre con le dovute cautele: molto spesso nel corso di questi anni di lotta contro lo Stato islamico si sono lasciati prendere la mano dall’entusiasmo, o dalla propaganda, e hanno rilasciato dichiarazioni troppo ottimistiche (o fasulle), poi smentite dai fatti. In questo momento, per chiarezza, il problema principale è attraversare il Tigri, passaggio ancora impraticabile.

I militari americani, nonostante abbiano dato segnali sul fatto che la campagna per riconquistare l’importante città irachena sia già nelle fasi preliminari, hanno rifiutato di fornire ulteriori informazioni: lo scorso anno un’avventata uscita del Pentagono aveva dichiarato l’inizio delle operazioni per la primavera (del 2015), e lo Stato islamico l’aveva sfruttata per aprire offensive su altri fronti – per esempio Ramadi – e ritardare le operazioni.

LE BRIGATE NON DISPONIBILI

Secondo il sito specialistico Stars&Stripes servono dalle otto alle 12 brigate per liberare la città, ossia 24/36 mila soldati, mentre finora soltanto tremila militari iracheni sono stati dispiegati a Makhmour (a cui vanno aggiunti qualche centinaio di Marines-MEU americani).

LE PRESSIONI POLIICHE

La scorsa settimana alcuni militari iracheni sono stati costretti a rientrare a Baghdad dopo che le milizie sciite che rispondono all’influente chierico sciita Moqtad al Sadr hanno mobilitato migliaia di persone e piazzato un sit-in davanti alla Green Zone, l’area fortificata della capitale: volevano fare pressione sull’establishment politico iracheno, che ultimamente aveva escluso i combattenti sciiti dalle principali operazioni militari di liberazione del paese, per richiesta americana (gli USA vogliono evitare letture ideologiche e settarie); l’ultima, prima di Mosul, la riconquista di Ramadi, in Anbar, cuore sunnita dell’Iraq.

L’ITALIA E LA DIGA DI MOSUL

Indipendentemente dalla stringente veridicità o meno degli annunci iracheni, Mosul è un’area sempre più calda dello scontro com il Califfato (lo testimonia giornalmente l’infittirsi dei bombardamenti americani): tra pochi giorni lì si dovrà schierare un contingente di militari italiani a difesa dei lavoratori della ditta Trevi di Cesena, che si occuperà di portare a termine i lavori di sistemazione della grande diga sul Tigri.

L'Iraq annuncia il via dell'offensiva per riprendere Mosul

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