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Si è appreso da una lettera di Vittorio Feltri, direttore editoriale di Libero, a Marco Travaglio, direttore responsabile del Fatto Quotidiano, che sta per nascere un nuovo giornale di area di centrodestra diretto da Maurizio Belpietro. Che da quando è stato sbrigativamente allontanato dalla direzione di Libero, perché ritenuto dall’editore Angelucci troppo antirenziano, ha trovato saltuaria ospitalità nel Giornale della famiglia Berlusconi con editoriali pubblicati sotto forma di lettera al direttore Alessandro Sallusti. Un giornale, quello della famiglia Berlusconi, che Belpietro ha anche diretto in passato.

A seguire Belpietro nella nuova avventura editoriale sarà, fra gli altri, Giampaolo Pansa con la sua nota e fortunata rubrica Il bestiario. Che ha lasciato Libero avvisando l’amministrazione, non Feltri. Il quale se n’è praticamente doluto nella lettera al Fatto Quotidiano facendo la parte del modesto, cioè scrivendo che in fondo lui, come direttore editoriale ma non responsabile, non conta praticamente nulla.

Feltri invece conta, eccome, essendosi vantato nel trasloco improvviso dal Giornale a Libero, prima come editorialista e poi come direttore, di avere accettato l’incarico dell’editore per sollevare il quotidiano dalla crisi di vendite nelle edicole attribuita alla direzione di Belpietro. Incarico, questo, cui non può certo provvedere un direttore privo di poteri. La natura editoriale e non responsabile della sua direzione nasce evidentemente non da una sua riduzione di ruolo ma solo da convenienze che Feltri ha trovato con una simile formula, a cominciare dalle cause per diffamazione che potrà risparmiarsi. E che si procura invece, come un povero San Sebastiano, ogni direttore responsabile di testata. Altro, quindi, che non contare nulla. Si conta senza risponderne. Che è cosa ben diversa.

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Spettano gli auguri più sinceri a Maurizio Belpietro, di cui mi vanto di essere stato per qualche anno collaboratore al Giornale, tornandovi a scrivere nella pagina, allora, dei commenti una ventina d’anni dopo esserne uscito con Enzo Bettiza per dissenso politico da Indro Montanelli. Che ci considerava per i suoi “gusti”, come ha recentemente ricordato proprio Travaglio sul Fatto Quotidiano, “troppo filosocialisti”, in particolare troppo filocraxiani, forse meno tuttavia dell’allora editore. Che era Silvio Berlusconi.

Fare un nuovo giornale di questi tempi, magrissimi per l’editoria, significa avere un enorme coraggio, vicino alla temerarietà. Farlo poi in un’area di centrodestra, non certamente sguarnita di giornali, e attraversata da una crisi d’identità e di prospettive che è sotto gli occhi di tutti, è doppiamente coraggioso.

Ad aumentare le difficoltà di Belpietro ha contribuito, volente o nolente, anche Feltri nella lettera a Travaglio accusando Maurizio di essere filorenziano: altro che lui, indicato come tale dal Fatto Quotidiano per essersi limitato a propendere per il sì alla riforma costituzionale di Renzi nel referendum d’autunno, o di chissà quando. Una propensione che gli avrebbe procurato la decisione dell’editore Angelucci di riportarlo alla guida di Libero, diventato troppo antirenziano per i suoi gusti, direbbe Travaglio, o per i suoi interessi.

Il filorenzismo attribuito per ritorsione da Feltri a Belpietro non è oggi una bella credenziale, come dimostra il fuoco di sbarramento che sta ricevendo il povero Stefano Parisi fuori e dentro Forza Italia per avere osato sostenere che dopo il referendum costituzionale Renzi dovrebbe rimanere al suo posto, anche se la sua riforma costituzionale dovesse risultare bocciata. Eppure Parisi ha curiosamente promesso di dare il suo contributo ad un simile bocciatura schierandosi sul fronte del no già allestito da Berlusconi e ogni giorno rafforzato dall’instancabile Renato Brunetta, secondo il quale ormai i buoni e i cattivi si distinguono soprattutto per questo. I buoni sono quelli che dicono di votare no alla riforma costituzionale e i cattivi quelli che dicono o lasciano capire di essere per il sì. E per sua disgrazia, agli occhi del capogruppo forzista della Camera, Vittorio Feltri è fra questi ultimi. Catalogabile quindi come filorenziano.

Belpietro invece è schieratissimo per il no: a tal punto da averlo gridato ai quattro venti nell’editoriale d’improvviso distacco dai lettori di Libero.

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Se stanno così le cose, come in effetti stanno, mi chiederete perché mai Vittorio Feltri ha sostenuto, nella sua lettera a Travaglio, che è Belpietro il filorenziano della compagnia, non lui, tornato a Libero solo per farne aumentare le vendite con un prodotto fatto meglio.

Le prove, o gli indizi, del filorenzismo di Belpietro si troverebbero secondo Feltri in due visite dell’allora direttore di Libero a Palazzo Chigi. Visite con tanto di colloquio e forse anche pranzo col presidente del Consiglio. Lui, invece, Feltri, a Palazzo Chigi non vi ha mai messo piede, almeno da quando c’è Renzi, a dispetto di chi invece sostenne il contrario nei giorni delle polemiche sull’improvviso cambiamento di guida a Libero.

Questo modo di accusare Belpietro della presunta colpa di filorenzismo fa di Feltri un potenziale pubblico ministero da fare invidia, per esempio, ad Antonio Di Pietro, sospettoso quant’altri mai quando conduceva indagini e interrogava i malcapitati che gli venivano a tiro. Di lui Feltri, allora alla guida dell’Indipendente, fu d’altronde grandissimo estimatore e frequentatore negli anni “terribili” di Mani pulite, come li ha definiti recentemente in un libro il figlio dello stesso Feltri, Mattia, fra le critiche del padre.

Io non sono nessuno e non conto nulla. Davvero, non come mostra di voler far credere Vittorio Feltri nella lettera a Travaglio descrivendo le modalità non gradite del commiato improvviso di Giampaolo Pansa. Eppure mi permetto di dissentire da questo modo di polemizzare fra colleghi. Si può varcare la soglia di Palazzo Chigi, parlare e persino pranzare con l’inquilino di turno senza per questo diventarne o apparirne politicamente affine, o qualcosa del genere. Questo modo di concepire e praticare i rapporti professionali mi fa semplicemente venire i brividi.

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