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L’incontro alla Casa Bianca tra il presidente Barack Obama e il presidente eletto Donald Trump è stato “meno imbarazzante di quanto si poteva immaginare”: se questo è quanto di meno peggio riesce a dirne il portavoce Josh Earnest, il colloquio non dev’essere stato davvero granché.

E, intanto, le fetta d’America che non ha votato Trump, più grande di quella che l’ha votato, fatica ad adattarsi all’idea che sia presidente: decine di migliaia di persone, per lo più giovani, sono scese in piazza in tutta l’Unione, pure davanti alla Casa Bianca, scandendo lo slogan “Not my President”; e le proteste si sono rinnovate la notte scorsa. Certo, sarebbe stato più utile se molti di quei giovani, irriducibili “sanderistas” o reduci di “Occupy Wall Street”, fossero andati a votare martedì, invece che starsene a casa perché delusi dall’assenza di Bernie Sanders e non convinti da Hillary Clinton.

L’INCONTRO TRA BARACK E DONALD 

L’incontro nello Studio Ovale è stato come togliersi un dente, per i due protagonisti: s’aveva da fare ed è stato fatto. Una stretta di mano che più rapida non si può, un’ora e mezzo di colloquio, quattro battute davanti a telecamere e giornalisti, senza rispondere a domande, ma limitandosi a fare brevi dichiarazioni.

Trump aveva l’aria di quello che non è a suo agio e un po’ sbuffa, Obama aveva l’aria vagamente scanzonata di chi sta per andare in vacanza: gli sguardi che non s’incontrano quasi mai, il peso del corpo appoggiato al bracciolo della poltroncina lontano dal proprio interlocutore. Il presidente parla di una “eccellente conversazione”, assicura che farà di tutto perché il nuovo presidente riesca nel suo compito, perché “il suo successo sarà il successo del nostro Paese”. Trump dice che incontrare Obama “è stato un onore”, che il presidente è “proprio una brava persona” e che lui è pronto a lavorare insieme per la transizione, che durerà 70 giorni, fino all’insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio.

Banalità assolute, acqua fresca. Del resto, fino a lunedì scorso, i due se le davano di santa ragione, sia pure a parole e a distanza: Trump attribuiva a Obama, e alla Clinton, tutti i mali del Mondo e dell’America; Obama ripeteva di continuo che Trump “non è qualificato” per fare il presidente e ammoniva che la sua elezione sarebbe stata “un pericolo” per le istituzioni statunitensi. Su entrambi i punti, è probabile che Obama continui a pensarla allo stesso modo.

Però, il galateo istituzionale ha le sue regole e bisogna rispettarle. Magari non proprio fino in fondo: secondo il Wall Street Journal, infatti, gli Obama hanno cancellata la “foto di famiglia” con Donald e Melania all’ingresso sud della Casa Bianca, Nel novembre 2008, nella loro analoga prima visita alla Casa Bianca dopo le elezioni, Barack e Michelle posarono accanto a George W. Bush e a Laura.

LA DEMOLIZIONE DELL’EREDITÀ DI OBAMA

Nel colloquio con Obama, Trump ha evocato le difficoltà e i problemi che vede di fronte a sé. Obama lo ha pure informato dei prossimi, e ultimi, viaggi che s’appresta a fare da presidente, visitando Germania, Grecia e Perù. I due, ammette Earnest senza giri di parole, “non hanno superato le differenze”!, anche se Obama giudica “rassicuranti” i toni più recenti di Trump, adottati da quando è stato eletto.

Il magnate e showman ha pure fatto togliere dal suo sito l’anatema sui musulmani, cioè il proposito di vietarne l’ingresso negli Usa. Forse, qualcuno gli ha spiegato che la discriminazione razziale e religiosa è incostituzionale e che il presidente non può violare la Costituzione.

Dalla Casa Bianca, Trump s’è poi trasferito in Congresso, per un altro incontro non proprio facile: quello con lo speaker della Camera Paul Ryan, che in campagna gli ha lesinato il consenso ed è stato invece prodigo di critiche. Operativamente, però, i due hanno subito trovato un’intesa: l’Amministrazione repubblicana si muoverà rapidamente per abolire l’Obamacare, il lascito più importante del doppio mandato di Barack Obama, e per riformare i meccanismi fiscali, riducendo, in particolare, le aliquote a carico delle aziende.

PROTESTE IN TUTTA L’UNIONE

Superato lo shock dell’elezione di Trump e della sconfitta di Hillary, l’America democratica si mette in marcia: nelle strade di decine di città di tutta l’Unione, sfila la rabbia di chi non vuole il magnate sessista e l’elusore fiscale alla Casa Bianca.

La protesta parte da New York, dove Trump vive, e s’allarga in poche ore dall’una all’altra costa, mettendo in allarme autorità e forze dell’ordine, che temono scontri nei prossimi giorni: l’allerta è massima, in vista del fine settimana.

Lo slogan “Not my President” unifica un movimento variegato: dalle “donne di Hillary” ai “sanderisti”, arrivando fino ai repubblicani moderati profondamente delusi dal proprio partito. Decine di migliaia di persone hanno manifestato, tra mercoledì e giovedì, in almeno 25 città: un centinaio gli arresti e cortei e sit-in si sono ripetuti nelle ultime ore. Le proteste più numerose a Manhattan e Los Angeles, la più violenta a Oakland, con lancio di molotov, sassi e tre agenti feriti. Cortei si sono svolti anche a Boston, Filadelfia, Chicago, Detroit, Cleveland, Seattle, San Francisco e altrove.

Su Facebook è stata aperta una pagina “Not my President”, al fine di organizzare un mega-raduno a Washington il 20 gennaio, in occasione dell’Inauguration Day, per farne l’insediamento più contestato nella storia degli Stati Uniti.

Dal punto di vista della sicurezza, la situazione più delicata è a Manhattan, sulla 5° Strada, davanti alla Trump Tower, dove il presidente eletto vive con la sua famiglia. L’edificio, letteralmente stretto d’assedio da oltre 5mila persone, è protetto da transenne, camion anti-bomba e agenti in tenuta antisommossa, mentre lo spazio aereo sopra Midtown Manhattan è stato chiuso. Le Trump Towers e gli Hotel di Trump sono divenuti bersaglio di proteste ovunque.

Si risveglia la contestazione anche nei più famosi atenei americani, a partire dalla marcia indetta dagli studenti dell’Università di Berkeley, in California, culla del movimento studentesco e pacifista degli Anni ’60. La coscienza civile d’un Paese distratto sembra sussultare; 48 ore troppo tardi.

(post tratto dal blog di Giampiero Gramaglia)

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