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Il consiglio di gabinetto della Repubblica islamica ha approvato – dopo mesi di gestazione – il nuovo modello contrattuale per gli investimenti petroliferi in Iran. Si tratta di una misura molto attesa dalle compagnie energetiche internazionali, come Eni e Total, che avevano ancorato la possibilità di tornare ad investire nel paese dopo la sigla degli accordi sul nucleare degli ayatollah di Vienna ma solo a fronte di un cambio nel paradigma giuridico ed economico legato allo sfruttamento delle risorse energetiche iraniane.

In passato l’Iran aveva cercato di attirare gli investimenti stranieri nei giacimenti di petrolio e gas adottando un contratto sul modello “buy back”, della durata massima di 5 anni, per l’esplorazione e sviluppo di giacimenti che in sostanza consentiva alle compagnie di esplorare e sviluppare un giacimento petrolifero o di gas per poi consegnarlo alla compagnia di stato, la National Iranian Oil Company (Nioc) che avrebbe rimborsato i costi di sviluppo con il ricavato della produzione ad un tasso di rendimento fino al 17 per cento. Tuttavia il modello “buy back” non prevedeva il rimborso per lo sforamento dei costi in fase progettuale e dei rischi di esplorazione.

Inoltre alla compagnie non era consentito partecipare alla gestione dei progetti su cui avevano investito. Il risultato è stato un fallimento che ha portato – oltre al discorso delle sanzioni che pure ha contato – alla fuga delle principali compagnie petrolifere straniere e l’avvio di una lunga serie di contenziosi relativo alle quote per lo sviluppo dei giacimenti mai onorate dalle autorità iraniane in cui si è trovata impantanata anche l’Eni. Come ha detto il ministro del petrolio della Repubblica islamica, Bijan Zanganeh, i nuovi contratti, noti come (Iran petroleum contract, Ipc), sono molto più flessibili, prevedono concessioni più lunghe e la possibilità di stipulare accordi in joint venture per stimolare il trasferimento tecnologico e lo scambio dell’innovazione nell’industria estrattiva per ridurre annosi problemi come il fenomeno del flaring. Per il presidente riformista Rohani non è stato facile far digerire all’assemblea degli esperti e al parlamento iraniano i nuovi contratti. L’ala conservatrice ha attaccato il governo, accusandolo di svendere le proprie risorse naturali agli stranieri.

Ma è altrettanto vero che gli ayatollah hanno bisogno dei capitali dall’estero per mantenere la promessa assunta dopo gli accordi di Vienna di superare la Russia e l’Arabia Saudita nella gara per diventare il principale produttore petrolifero. I risultati per adesso si vedono. Come ha comunicato il viceministro del petrolio con delega agli Affari internazionali, Amir Hossein Zamani Nia, il Giappone investirà nei prossimi mesi circa 10 miliardi di dollari nell’industria petrochimica di Teheran. Si è mossa anche la Germania.

Il gruppo petrolchimico iraniano Kian e la multinazionale tedesca del settore ingegneristico Linde Group hanno di recente firmato un contratto per sviluppare l’unità Olefine 12 del giacimento di gas South Pars, il principale del paese. E l’Italia? Sino ad ora la presenza del Cane a Sei Zampe in Iran è stata finalizzata a completare alcune attività residue, esclusivamente di natura finanziaria e fiscale, per assicurarsi il recupero dei crediti maturati nei confronti della Nioc, ma i nuovi contratti potrebbero aprire una nuova stagione nelle relazioni economiche ed energetiche tra Roma e Teheran.

Tutti i nuovi contratti di Eni e Total in Iran

Il consiglio di gabinetto della Repubblica islamica ha approvato - dopo mesi di gestazione - il nuovo modello contrattuale per gli investimenti petroliferi in Iran. Si tratta di una misura molto attesa dalle compagnie energetiche internazionali, come Eni e Total, che avevano ancorato la possibilità di tornare ad investire nel paese dopo la sigla degli accordi sul nucleare degli ayatollah…

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