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Londra, ovvero il cuore della Brexit. Sono atterrato ieri con un volo Easyjet da Roma. Il biglietto, comprato domenica, mi è costato 220 euro, cioè quanto un Frecciarossa tra Roma e Milano. Penso che senza le riforme e le liberalizzazioni della signora Thatcher nei primi anni ottanta mai oggi avrei potuto viaggiare low cost a queste tariffe tra Roma e Londra.

E mai la Commissione europea avrebbe agito negli anni Novanta pro liberalizzazioni, se la Lady di ferro non avesse dato la spallata iniziale al conservatorismo sindacal-sinistra dell’Europa post bellica. I tanti servizi che oggi possiamo comprare a tariffe accessibili, perfino le bollette liberalizzate del telefono o della luce, mai li avremmo avuti con le stesse sembianze odierne senza la rivoluzione britannica del premier Thatcher. A Londra, è bene ricordarlo, nascono le rivoluzioni del mercato: quella industriale della macchina a vapore; quella delle banche mercantili e della finanza retail; quella delle liberalizzazioni e della deregulation. Londra, quindi, merita rispetto.

Da due o tre anni, poi, attendevo una finestra, una opportunità per poter investire a Londra. Il capitalismo britannico è vero, competitivo e orientato all’innovazione ed alla crescita. Le sue aziende fanno buoni margini e godono di livelli di capitale circolante che in Italia ci sogniamo, visto che le fatture vengono pagate a trenta giorni da tutti, pubblica amministrazione inclusa. Nel Regno Unito, se sei bravo, generi cash flow e, con una fiscalità verso le imprese molto moderata, godi di un rendimento netto del capitale investito più che soddisfacente. Aggiungici che se hai una causa civile o devi incassare un rimborso fiscale non aspetti tre o quattro anni per far valere i tuoi diritti.

Eppoi Londra rimane l’unica vera megalopoli multiculturale dell’Europa dall’alto dei suoi dodici milioni di abitanti che vantano un reddito procapite lussemburghese. Investire in un mercato grande e dinamico, anche sul piano dell’innovazione e delle tecnologie, come quello inglese è un passaggio obbligato.

La Brexit, letta con gli occhi del libero mercato, è una straordinaria opportunità di ingresso a costi sopportabili per chi vuole posizionarsi nel Regno Unito. È l’occasione per poter investire a Londra a prezzi quasi mediterranei. La sterlina, secondo gli esperti, che già si è svalutata di circa il 13% nell’ultimo anno, perderà ancora terreno; il prezzo di mercato delle imprese britanniche dovrebbe scendere a doppia cifra. Forse nei prossimi sei o dodici mesi, soprattutto se la Brexit sarà accompagnata da una breve recessione, investire nel Regno Unito sarà alla portata di portafoglio italiano. E per me vale la pena di provarci, vale la pena di fare scounting alla ricerca di aziende britanniche da poter comprare.

È anche il modo con il quale il capitalismo ricorda ai britannici che la Brexit non significa isolamento: anche fuori dall’Unione europea l’economia britannica ha un suo valore ed una sua importanza a prescindere. Londra oggi è più competitiva anche per gli italiani e gli europei che vogliono aprire la loro start-up. I servizi professionali e gli affitti scenderanno a doppia cifra. Università e capitale umano sono qui al top della globalizzazione ed in alcuni settori, come la fintech, Londra è leader nel mondo. Con la Brexit capitali ed investitori asiatici o russi in cerca di innovazione e nuove tecnologie cresceranno e ciò renderà ancora più competitiva la capitale britannica.

C’è poi l’ultima sfumatura post Brexit che tifa pro Londra: per non rischiare la perdita di attività ed investimenti il prossimo governo inglese potrebbe ridurre ancora la pressione fiscale. Fare del Regno Unito un originale laboratorio post ceto medio dove una ridotta fiscalità è accompagnata da una ritirata dello stato dal monopolio dei servizi alla persona come la sanità. Più welfare privato e meno tasse pubbliche. Londra, grazie alla Brexit, rischia di diventare una super Malta, un’isola con una burocrazia minima ed efficiente ed una fiscalità essenziale. Chi non vorrebbe investire in un tale mercato?

Pubblicato su Italia Oggi/ MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi.

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