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Qualcuno forse fu sorpreso, all’indomani del referendum inglese, dalla freddezza con la quale la Cancelliera Merkel aveva reagito alla proposta di Hollande e di Renzi, di una più stretta integrazione europea. Ma come? Non erano gli inglesi a ostacolare i progressi verso l’unione politica  dell’Europa? Usciti loro, avrebbe dovuto essere più facile muovere speditamente verso questo traguardo.
In realtà la posizione della signora Merkel era ed è la posizione della Germania, anzi della parte più europeista della Germania. Gli altri, per esempio l’Alternative fur Deutschland, hanno posizioni ancora più radicali contro ogni solidarietà europea. Per rendersi conto che le cose stanno così, basta leggere le dichiarazioni che ha rilasciato il ministro delle Finanze Schauble al Welt am Sonntag. “Adesso non è il momento giusto – ha detto Schauble, che in genere in Italia viene descritto come il più europeista dei politici tedeschi –  per lavorare a una maggiore integrazione dell’eurozona”.  Ed ha aggiunto, a scanso di equivoci, che “il primo compito è evitare il conflitto e continuare con la solita retorica. O risvegliare aspettative che non possono essere soddisfatte (…) Non è ora il momento delle visioni. La situazione è così seria che dobbiamo smettere di fare i soliti giochetti europei e di Bruxelles”.
Con queste parole, cade uno dei molti equivoci che circondano la situazione europea, l’idea cioè che sia l’euroscetticismo di alcuni paesi o delle opinioni pubbliche a frenare il cammino dell’unione politica dell’Europa mentre vi sarebbe un nucleo originario dell’Unione, un gruppo di paesi fondatori, che non aspetterebbe altro che di procedere sulla strada dell’integrazione e soprattutto di ‘completare’ l’Unione Monetaria.
Questo è il dilemma ed anche il dramma dell’euro. Gli economisti hanno sempre saputo che un’unione monetaria, una moneta comune, può funzionare solo se vi è una sovranità condivisa alle spalle di essa ed una solidarietà fra i paesi che ne fanno parte. E se questa solidarietà non c’è, la moneta è destinata a funzionare male, a creare o ad ingrandire le  disparità economiche fra zona e zona, e quindi ad alimentare un malessere crescente che, prima o poi, porta all’esplosione della moneta unica. Ma è altrettanto evidente che di per sé l’esistenza della moneta unica non è sufficiente a creare le condizione per un’unità politica fra i paesi che l’hanno adottata.
Queste considerazioni spiegano l’atteggiamento tedesco. I tedeschi non sono stati i sostenitori principali dell’idea della moneta unica. Certamente ne hanno beneficiato moltissimo, ma non l’hanno chiesta. Anzi, fin dal primo giorno di Maastricht, avevano chiarito che preferivano non farne nulla, ma che se gli altri paesi volevano procedere con questa idea, bisognava precisare, aldilà di ogni ragionevole dubbio, che essi avevano in mente una unione monetaria nella quale non fosse prevista una solidarietà fra i paesi membri e cioè dei trasferimenti di risorse dai paesi forti ai paesi deboli. I tedeschi lo hanno detto e ripetuto centinaia di volte. Lo hanno detto i banchieri centrali e i ministri delle finanze: l’euro non significa che la Germania si accolla i debiti del resto del continente. Essi hanno verso la parola unione politica la stessa reazione che avrebbe un persona benestante che incontrando un amico spiantato si sentisse proporre di andare a fare un bel pranzo insieme sapendo  che ovviamente il pranzo sarebbe in comune, ma il conto dovrebbe pagarlo lui.
Il fatto è che la volontà politica di formare una nazione non può non precedere l’introduzione di una moneta unica. E se essa non vi è prima dell’unificazione, non sorgerà magicamente per effetto dell’unificazione monetaria. Gli europeisti, i Delors, i Ciampi, i Napolitano hanno pensato di forzare il processo di unificazione politica attraverso ed a seguito dell’unione monetaria. Hanno ritenuto cioè che di fronte alla possibilità di una crisi come quella che seguirebbe alla dissoluzione dell’euro, i paesi membri avrebbero accettato di intensificare i loro legami reciproci. Si erano rifiutati di prendere in considerazione la circostanza che nulla può indurre un paese ad accollarsi i debiti di altri paesi solo per evitare una crisi della moneta unica.
D’altra parte,  se i paesi dell’euro dovessero insistere sulla necessità di fare un  passo in avanti, la Germania ha pronta la risposta: si chiama Ministro del Tesoro europeo, inteso non come organo politico dell’Unione, ma come una autorità sovraordinata rispetto ai Parlamenti ed ai Governi nazionali, autorizzata a decidere le politiche di bilancio di ciascun paese. Il ministro del Tesoro europeo, di cui si parla in un incauto contributo del Governo italiano a queste discussioni,  dovrebbe prendere il posto, nel controllo dei bilanci, della Commissione Europea considerata troppo debole nei confronti dei paesi membri. Dovrebbe nascere – questa è la proposta tedesca – un ente chiamato a guidare secondo regole precise e vincolanti la politica fiscale di ciascuno dei paesi membri, a sottrarre ai Parlamenti nazionali quei poteri che li rendono esitanti rispetto alle politiche di austerità. L’idea sarebbe di completare la sottrazione di poteri di politica economica alle autorità ed ai parlamenti nazionali iniziata con la creazione della BCE, rendendo anche le politiche di bilancio indipendenti dalle decisioni di ciascun paese.
Volete una maggiore unione? Se è così  – sembra dire Schauble – accettate di perdere il potere di voltare i bilanci pubblici. Mettiamo il pilota automatico alla politica economica e vedrete i risultati. Ma se ai Parlamenti togli oltre alla politica monetaria, anche la responsabilità del bilancio pubblico, se le regole sul mercato del lavoro sono dettate dall’Europa, alla fine su che cosa mai dovrà o potranno votare i cittadini? E come sarà possibile evitare una rigetto completo dell’Europa di cui si colgono un po’ dappertutto i segni?
La Germania non ha fretta. Sa che lei starebbe bene in un’Unione Monetaria costruita secondo le regole attuali, ma starebbe altrettanto bene da sola. Non farà nulla per cambiare la situazione. Certo non accetterà fughe in avanti verso la condivisione dei debiti altrui. Oppure per farlo pretenderà che da quel momento in poi, ai Parlamenti ed ai Governi nazionali perdano i poteri di bilancio.
Per questo, è bene accettare la prudenza tedesca e non insistere oltre. Sono stati fatti già abbastanza errori.

Che cosa sta escogitando la Germania per l'Europa post Brexit

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