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Il dibattito sull’evoluzione dell’Alleanza atlantica e sul summit di Varsavia dovrebbe essere, a mio avviso, più largo e continuativo. La discussione attuale appare imperniata su luoghi comuni, tra i quali spicca l’apparente esigenza di scegliere quale sia la priorità tra il fronte sud e il fronte est. Ritengo che delimitare la minaccia a un perimetro geografico sia un approccio datato e sbagliato, perché rischia di sottovalutare il mutamento in atto che si articola su due livelli: uno geopolitico e uno di sostanza strategica, legato alla natura della minaccia.

Dal punto di vista geopolitico, il passaggio tra i due secoli ci ha consegnato una sorta di schizofrenia. Gli attori della politica internazionale sono aumentati notevolmente, e ora, in un mondo multipolare e complesso, le minacce provengono anche da attori cosiddetti non statali. In questi termini, il riferimento non è solo al terrorismo, fenomeno che di per sé sarebbe sbagliato collocare solo a sud, ma anche alla minaccia cyber, che nel 60% dei casi ha obiettivi economici transnazionali. Risulta, pertanto, errato delimitare la funzione della Nato a un ambito semplicisticamente militare. L’Alleanza è prima di tutto, infatti, un insieme di Paesi che condivide una certa idea di democrazia, civiltà e valori. Se questa è la sua funzione principale, il campo di azione non può essere limitato solo al contrasto diretto, ma deve essere proiettato verso tutto l’ambito mondiale. A tal fine, sarebbe auspicabile un maggiore coinvolgimento dei parlamenti e della società civile nel dibattito, non per discutere geograficamente della minaccia, ma per comprenderne la natura, dunque la portata, e promuovere una sensibilizzazione diffusa sull’importanza delle iniziative legate alla sicurezza.

In secondo luogo, complice una formazione da storico militare, ritengo che nell’attuale contingenza stiamo assistendo a un passaggio strategico-militare simile a quello che si è vissuto tra il medioevo e l’epoca moderna, ossia quando la rivoluzione dei mezzi militari generò un cambiamento degli orizzonti strategici. Le armi da sparo e le nuove modalità di combattimento furono determinanti e, per questo, la loro introduzione fu accompagnata da un dibattito acceso, a tutto tondo, molto presente nell’orizzonte culturale e riguardante, ad esempio, la fine della cavalleria e della categoria dei gentiluomini. Oggi, paradossalmente, stiamo assistendo a una rivoluzione strategicamente forse altrettanto rilevante. Questo inizio di secolo, a causa del fenomeno del terrorismo e delle forme in cui si evolve, nonché a causa delle nuove tipologie di minaccia ibrida, ci regala il ritorno di una deterrenza multilaterale, di tipo macro, e, allo stesso tempo, un senso di insicurezza che interessa una dimensione micro. Si tratta di minacce, infatti, estremamente pervasive nella vita quotidiana delle persone: basti pensare al cambio di abitudini indotto nei cittadini di Bruxelles o Parigi dopo i recenti attacchi terroristici, o alle ricadute sulla vita di tutti noi che un attacco cibernetico a un’infrastruttura critica sarebbe in grado di provocare. Un tema, quello del mutamento che stiamo vivendo, che è, però, oggetto di un dibattito confinato in poche élite coscienti, lontano dai parlamenti e dalla società civile. Qui c’è un problema: la percezione che ci si occupi di questioni lontane dai bisogni contingenti delle persone. Qui è il cuore della questione: per rilanciare l’Alleanza atlantica occorre riavvicinare il mutamento geopolitico e strategico, e allargare gli interlocutori del dibattito che si svolge su di esso. In questo modo cambia la percezione della sicurezza, proprio perché cambia la natura della sicurezza stessa. Oggi non esiste una narrazione che tenga insieme questi elementi, e su questo occorre riflettere.

Sulla Russia, sarà più che necessario tornare a dialogare, nel rispetto e negli interessi reciproci, tenendo in mente che ci sono minacce – come quella che il Daesh presenta – su cui entrambi ci confrontiamo, cercando allo stesso tempo di contrastare il luogo comune che dipinge Putin come il colosso interventista, da una parte, e gli Usa come una potenza renitente dall’altra.

Una tale narrazione è frutto di un’idea ingerente della realtà che va, per questo, riformulata senza infingimenti, contestualizzandola in maniera costruttiva. A tal proposito, trovo saggio che gli Stati Uniti dopo la seconda guerra irachena e dopo i problemi legati all’insorgenza da cui, in un certo senso, il Daesh è derivato, abbiano usato i piedi di piombo relativamente all’intervento di terra. Allo stesso tempo, ribadisco che sia riduttivo vedere in termini totalmente positivi l’interventismo russo.

Una discussione sulla differenza degli approcci richiede, quindi, un’analisi contestualizzata degli interessi reciproci, così come nell’analisi delle problematiche non va posto sic et simpliciter in alternativa il sud e l’est. E soprattutto, non deve farlo l’Unione europea, la quale non può esimersi dal prendere coscienza che i fronti in questione siano proprio frontiere europee. Non è un caso se in queste problematiche si veda la difficoltà nel regolare lo spazio oltre i confini europei, una costante che nella storia si è presentata più volte. L’incertezza che l’Alleanza sta affrontando è proprio nell’individuare le modalità con cui regolare lo spazio esterno, non solo a est e a sud, ma in tutta la propria proiezione. In questo contesto, non posso non ricordare la recente tesi di Henry Kissinger che, nell’affrontare la crisi ucraina, prende come riferimento quel bisogno di interconnessione già nutrito ai tempi della definizione del ruolo della Finlandia rispetto all’Alleanza atlantica e all’Unione europea, e ai rapporti con la Russia. Ciò a dimostrazione, come appena sostenuto, della necessità della determinazione dello spazio esterno europeo e di un suo aggiornamento.

Abbiamo quindi un problema con matrici diverse, che rivela il cambiamento geopolitico e strategico militare del contesto internazionale. Il sud è l’emblema dell’asimmetricità, mentre l’est è uno dei simboli di una nuova epoca di deterrenza in cui lo spazio va organizzato, non solo con la Russia ma anche con altri attori, perché nella storia lo spazio non si è mai regolato da solo. Ciò non rappresenta un nodo militare o diplomatico, ma politico. In questi termini, a mio avviso, è impossibile pensare al rilancio dell’Alleanza atlantica senza un progetto di valori e di tensione collettiva che vada in questa direzione, che legga la realtà e provi a declinarla.

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