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Ma cosa sono (davvero) i Panama Papers? Tutto nasce parecchi mesi addietro, con una email anonima che raggiunge Bastien Obermayer, giornalista del SudDeutsche Zeitung. Lo sviluppo di quei contatti porta ad ottenere 11,5 milioni di documenti (se fossero stampati tutti, sarebbero più di 35 mila libri), contenenti i registri digitalizzati (probabilmente agendo fraudolentemente in violazione del segreto professionale ivi esistente) di 40 anni di attività dello studio panamense Mossack y Fonseca. L’analisi (giornalistica) dei dati, data la loro mole, ha coinvolto un progetto internazionale coordinato dall’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists) e formato da 370 giornalisti di oltre 90 testate (L’Espresso per l’Italia). Insomma, una mole enorme di dati, una serie impressionante di reazioni mediatiche, qualche errore già emerso; certo uno strumento di pressione anche strumentalizzabile. Circa 800 connazionali coinvolti, non tutti ancora disvelati. Dati, però, da prendere con molta attenzione. Intanto per il periodo temporale, poiché alcune cose potrebbero non essere più sussistenti ed altre prescritte o regolarizzate nel tempo. Poi, perché, come già detto, potrebbero esservi proprietà, capitali ed investimenti esteri “regolari” per il fisco, poiché la detenzione di conti o società cd. “off shore” non è (di per sé) “prova” di comportamenti irregolari. Infine, occorre levarsi dalla testa l’idea che si tratti di denari e capitali depositati “in quell’isoletta esotica”, poiché per la maggior parte sono intestazioni di società costituite in altre giurisdizioni (off shore e non), spesso per detenere investimenti immobiliari e finanziari in paesi ad alta fiscalità o, come in molti casi sta emergendo, per “aggirare” l’euroritenuta sui proventi finanziari introdotta dal commissario europeo Monti, che non si applica(va) alle persone giuridiche.

Va poi ricordato che le regole internazionali di contrasto all’evasione ed elusione internazionale ci sono e sono in progressiva (recente) evoluzione (sempre più stringente). Nel 1990 l’Italia toglieva le limitazioni al libero trasferimento dei capitali. Ed era nel 1998 (meno di vent’anni: nulla sotto il profilo storico!) che introduceva la tassazione sui capital gain finanziari, mentre l’Ocse emanava l’ormai datato Harmful Tax Competition report. Nei primi anni 2000 (a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle) si introdussero multilateralmente provvedimenti in deroga al segreto bancario (anche in quegli stati “collaborativi” che lo “tutelavano” nella loro costituzione) che portarono al sequestro e alla confisca dei capitali finanziari di una lista di persone ed enti giuridici “fiancheggiatori” del terrorismo internazionale. Sempre in quegli anni, la pressione internazionale crebbe, generando in vari Paesi provvedimenti sul genere degli “scudi” del ministro Tremonti, gli accordi cd. Rubik della Svizzera ed un maggior ricorso alla cooperazione giudiziaria internazionale in tema di antiriciclaggio (e, connessa, seppur inizialmente in maniera più latente, in tema di compliance fiscale). Poi, in rapida successione in questi ultimi anni, l’US Tax Program svizzero, la FATCA (accordi bilaterali con gli USA), i CRS (Common Reporting Standard) in ambito Ocse sullo scambio di informazioni finanziarie e fiscali (siglata anche da Svizzera, Hong Kong, Singapore, MonteCarlo e altri ormai ex paradisi fiscali), che – pur già in vigore oggi – entrerà a regime nel suo automatismo nel 2018. E, in Italia, si è poi aggiunta la norma sulla “voluntary disclosure” (seppur nata male e gestita non benissimo: 129.525 istanze per circa 58/60 miliardi di euro regolarizzati, con introiti fiscali stimati in minimo 3,8 miliardi iniziali) e, da non sottovalutare nella sua portata, l’introduzione del nuovo reato di “autoriciclaggio”.

Piaccia o meno, il ruolo dei professionisti fiscali e finanziari, peraltro colpiti da un inasprimento delle eventuali sanzioni, risulta essere così messo “al centro” del sistema di prevenzione degli illeciti finanziari (e fiscali), in Italia come a livello internazionale. Ruolo, per i commercialisti, da non temere, se ancorati a principi deontologici di “etica della responsabilità individuale”, salvo sostenere con forza la necessità di porre maggior attenzione, negli eventuali controlli, a questioni sostanziali, piuttosto che meramente formali. Ruolo che, se svolto con consapevolezza, può mettere la nostra Professione al centro anche di due piccole proposte concrete, che ben possono vederci sia come “promotori” che come “interpreti”.

La prima delle due proposte attiene all’esigenza di riaprire (migliorandola), come norma da portare stabilmente a regime, la voluntary disclosure (facendo attenzione a non penalizzare chi vi ha già aderito, magari ancorando il periodo iniziale oggetto di eventuale regolarizzazione al 2010, indipendentemente dall’anno di effettiva adesione), così da farla diventare una sorta di “ravvedimento operoso premiale” per le questioni internazionali.

La seconda attiene all’esigenza di riequilibrare il sistema fiscale garantendo un maggior rispetto dei principi dello Statuto del Contribuente; persa la chance di elevarlo a rango costituzionale, si potrebbe proporre la costituzione di un’apposita Authority fiscale “terza”, il cui coordinamento sarebbe affidato per metà a commissari di nomina ministeriale e per metà di nomina professionale, cui affidare (sottraendolo – con tanto di porzione dei dipendenti coinvolti – alla sfera dei poteri di MEF/AdE/Equitalia, che ora contemporaneamente legifera, interpreta, accerta, escute, transa, rilascia interpelli preventivi e coordina i garanti del contribuente) i poteri di interpretazione delle norme, interpello preventivo e coordinamento dei garanti, dando con ciò maggior attuazione “neutrale” ai principi contenuti nello Statuto stesso.

Favorire, come richiesto sempre di più, una maggior adesione spontanea dei contribuenti alle normative vigenti, sia a livello internazionale che domestico, “passa” per un maggior “presidio” proprio su “quei” principi ed il ricorrere ad un’autorità “terza”, coinvolgendo la nostra Professione, dovrebbe poter garantire un clima di maggior “fiducia” istituzionale.

Estratto di un articolo pubblicato su Press – Professione Economica e Sistema Sociale

Verità e fuffe sui Panama Papers

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