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Dopo la firma dell’accordo bilaterale con l’Arabia Saudita dal valore di quasi dieci miliardi di euro, Giorgia Meloni ha aperto all’ipotesi di accogliere Riad nella cordata governativa e industriale per il sistema aereo di sesta generazione Global combat air program (Gcap). “Siamo favorevoli all’ingresso dei sauditi nel Gcap”, ha affermato Meloni, che sottolinea come si tratti di “un lavoro non immediato, perché dobbiamo chiudere il lavoro a tre con il governo della Gran Bretagna e del Giappone e favorire un avvicinamento del Regno Saudita”.

Sull’eventualità di una partecipazione saudita al Gcap si è espresso anche Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, che ha confermato l’apertura italiana: “lo stiamo veramente trattando. Ovviamente c’e’ una parte governativa che comanda”. Come spiega Cingolani, “”Il fatto di far entrare un altro partner è una decisione dei governi, quindi non è una decisione delle aziende. Noi come aziende possiamo dire se la cosa ci piace o no”. Pur confermando che, dal lato industriale, ci sono diversi stakeholder interessati a procedere verso l’inclusione di un quarto partner, l’ad di Leonardo ha sottolineato che “la decisione è politica, quindi noi non dobbiamo interferire”. 

L’apertura dunque c’è. Ora, starà ai decisori politici valutare se e quando aprire all’ingresso di nuovi partner nel programma. Al riguardo, in passato, si era già espresso il ministro della Difesa britannico, John Healey, che a dicembre ha affermato che il Regno Unito era “intenzionato a considerare” l’ingresso dell’Arabia Saudita nel programma. Secondo Healey, “ci sono state discussioni dettagliate tra le quattro nazioni per un po’ di tempo”, pur ammettendo però che “c’è ancora del lavoro da fare”. 

Perché l’Arabia Saudita guarda al Gcap

L’Arabia Saudita punta a diventare uno dei principali attori militari del Medio Oriente entro i prossimi anni. Nel 2023, con 75 miliardi di dollari, Riad ha investito circa l’8% del Pil nella Difesa, classificandosi come uno dei Paesi al mondo che, in proporzione, spende di più per le proprie Forze armate. A fare da traino a questi investimenti sono sicuramente i conflitti latenti in Yemen e Oman, ma anche l’ambizione di rivestire un ruolo ancora maggiore nelle dinamiche regionali. Con processi di normalizzazione in fieri sia con Israele sia con l’Iran, l’Arabia Saudita si trova oggi in una buona posizione per esercitare un futuro ruolo di mediatore e arbitro terzo delle diatribe regionali. Tuttavia, il peso diplomatico necessita di un certo peso militare a sostenerlo. In questi anni, le Forze armate saudite hanno beneficiato non solo di poderosi investimenti tecnologici, ma anche del supporto addestrativo e di Intelligence di diversi Stati occidentali partner, costruendo le proprie capacità sulla base di equipaggiamenti statunitensi ed europei che, specialmente nel dominio aereo, assicurano a Riad un vantaggio considerevole rispetto a Stati come l’Iran.

La Forza aerea saudita si compone infatti di velivoli all’avanguardia, come l’Eurofighter Typhoon e una versione personalizzata dell’F-15 (denominato appunto “SA”), ma manca totalmente di una componente stealth di quinta generazione. Nonostante il pluriennale corteggiamento nei confronti di Washington, gli Stati Uniti non hanno mai concesso al Regno saudita di entrare a far parte del programma F-35, giudicando non prioritario questo trasferimento di tecnologia. Entrare a far parte del Gcap, oltre a configurare l’opzione del leap frogging per saltare direttamente alla sesta generazione senza passare dalla quinta, permetterebbe a Riad di localizzare parte della produzione sul proprio territorio nazionale, riducendo l’altissimo tasso di dipendenza saudita nei confronti della componentistica estera.

Sull’asse Roma-Riad si muove anche il Gcap. Quali spazi per i sauditi?

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