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Due giorni fa la Reuters aveva un pezzo a metà tra la notizia importante e il comunicato stampa. Citando la russa Interfax, l’agenzia inglese riportava le parole del vice ministro degli Esteri di Mosca Oleg Syromolotov che ha rivelato ai media che i primi di aprile il capo delle Cia John Brennan ha fatto visita a nella capitale russa per incontrare i vertici del servizio segreto federale (Fsb): nel giro di poche ore il portavoce Dmitry Peskov ha fatto sapere che invece Brennan non aveva avuto incontri al Cremlino. Presi in contro tempo, gli americani hanno dovuto ammettere il viaggio del direttore dell’intelligence e rilanciare: Den Boyd, capo dei portavoce della Cia, ha diffuso ai media una mail spiegando che la ragione dell’incontro era discutere la transizione politica in Siria, a cominciare dal destino del presidente siriano Bashar el Assad. Dunque c’è stato un incontro di alto livello tra i vertici dei servizi segreti delle due potenze mondiali che hanno deciso e sostenuto il cessate il fuoco del 27 febbraio in Siria: Washington e Mosca stanno ragionando insieme le strategie da adottare per stabilizzare il paese. Le questioni viaggiano su due piani.

COLLABORAZIONE ANTI-ISIS

La prima, più basica, è su una possibile collaborazione militare nella lotta allo Stato islamico. I russi hanno pesantemente aiutato l’esercito lealista (ossia i regolari siriani e le ben più equipaggiate milizie sciite) a liberare la città storica di Palmyra dalla presenza del Califfato. È stato un messaggio lanciato alla Comunità internazionale. Mosca s’è comportata da attore corretto e affidabile in quest’occasione: ha combattuto sì sostenendo i suoi “poco potabili” alleati (Assad, Hezbollah, le milizie), ma ha scelto un nemico certo, sicuro, globale. Riprendere Palmyra ha un peso simbolico e strategico perché, mentre la Russia si bagna di narrativa sui baghdadisti scacciati da un patrimonio dell’umanità, come simbolo di una vittoria della civiltà sull’orrore, dall’altro si guadagna una direttiva di comunicazione strategica per dirigere future campagne verso l’area di Deir Ezzor. Il fatto che il Pentagono abbia diffuso nel classico comunicato del JSOC che un bombardamento aereo ha colpito una postazione dello Stato islamico nei pressi di Palmyra è stata un accenno di collaborazione, magari più operativa dopo il vertice di Brennan a Mosca.

CACCIARE ASSAD

L’altro piano è più politico. Stati Uniti e Russia hanno avuto letture della crisi siriana diverse: Washington s’è messo in opposizione al governo, mentre Mosca ha sempre cercato di aiutare Damasco, alleato storico. Il fine russo non è strettamente legato alla presenza di Assad alla guida del paese, e la rimodulazione dell’impegno militare è stato un ulteriore indizio su questo. Mosca più che altro ha sempre cercato di mantenere in piedi la struttura di potere del regime, attraverso la quale ha modo di veicolare più facilmente la fase di transizione politica, che potrebbe benissimo costare la testa del presidente. Assad e il suo inner circle vivono un periodo imbarazzante per la Russia: il regime è tornato a pavoneggiare potere e a prendere decisioni avventate, e senza consultare Mosca. Per questo adesso l’Fsb, che è emanazione diretta di Vladimir Putin (ex ufficiale del predecessore Kgb) può incontrare la Cia per decidere come gestire la fase successiva al cessate il fuoco.

L’INTERVISTA

Mercoledì Assad s’è fatto intervistare da Sputnik, testata che replica Ria, molto più che vicina al Cremlino. Ha ringraziato Putin per l’aiuto ricevuto, e ha detto che il problema della Siria è il terrorismo, sostenuto da Arabia Saudita e Turchia, e pure da Francia e Regno Unito. Parlando poi della situazione critica in cui versa la Siria ha quantificato che “il danno economico e alle infrastrutture ha superato i 200 miliardi”, aggiungendo che saranno Russia, Cina e Iran i partner con cui provvederà alla ricostruzione. Secondo Assad “sarebbe logico” che il governo di transizione includesse sia forze indipendenti, sia le opposizioni, sia elementi legati all’attuale esecutivo. Il rais siriano ha parlato delle costituzione, che dovrebbe essere redatta “in poche settimane”, ma non ha proferito parola a proposito del proprio futuro, mentre invece ha respinto l’ipotesi di uno stato federale: “Il paese è troppo piccolo” e anche “la maggior parte dei curdi vuole vivere in Siria” ha detto riprendendo la decisione dei curdi del Rojava di autoproclamare l’indipendenza. La divisione federale della Siria è invece una tesi uscita non ufficialmente dal Cremlino e sostenuta da alcuni analisti russofili.

IL NON-RITIRO

L’azione militare vista sul campo a Palmyra non è certo quello che ci si aspettava a poche settimane dall’annuncio di una rimodulazione al ribasso dell’impegno russo. Supporto aereo pesante, elicotteri impegnati ininterrottamente, advisor e forze speciali sul campo: stavolta degli operatori Spetsnaz russi non si sono viste soltanto le foto, ma è stato il Capo di stato maggiore generale delle Forze Armate russe Valery Gerasimov ad ammettere l’impiego ai media russi. D’altronde la storia, piena di narrazione e propaganda, del soldato russo rimasto ucciso durante la battaglia ha fatto il giro del mondo, ed era inevitabile negarne la presenza (notare: ha fatto il giro del mondo perché è morto ammazzato dagli stessi uomini che hanno compiuto in quegli stessi giorni un attentato nel cuore dell’Europa, e dunque era un buon argomento di propaganda e comunicazione, se fosse morto per combattere gli altri ribelli ad Aleppo, tutto sarebbe stato taciuto).

IL VIA VAI NEL MEDITERRANEO

Maria Tsetkova della Reuters ha osservato le attività di varie navi russe nel Mediterraneo orientale cha hanno fatto parte del cosiddetto Syrian Express, ossia il ponte navale organizzato dalla Russia verso la Siria per dar sostegno alla missione, le cui attività sono state praticamente monitorate di continuo durante lo stretto passaggio sul Bosforo (anche grazie a blogger e account Twitter come Bospourus Naval News). A dispetto di quanto si crederebbe, per esempio lo Yauza, un rompighiaccio di stanza nell’Artico, è ripartito dal porta d’appoggio di Novorossiysk, nel Mar Nero, diretto verso Tartus, base di rifornimento russa in Siria. “Qualunque cosa stava trasportando era pesante, se ne stava così in basso [sull’acqua] che la sua linea di galleggiamento era appena visibile”, ha osservato Tsetkova. Dall’analisi condotta dai reporter dell’agenzia inglese, emerge che la Russia sta trasportando in Siria più mezzi di quelli che ha fatto rientrare in patria dopo l’annuncio del ridimensionamento del 14 marzo (erroneamente valutata come “ritiro” da diversi media). Almeno 36 caccia si troverebbero ancora in Siria, a questi si aggiungono un paio di dozzine di elicotteri, anche se sono numeri non definitivi, visto che Mosca ha voluto mantenere segreta la propria presenza attuale in Siria.

Ma è chiaro che la Russia mantiene una grossa forza aerea e una buona componente terrestre, in grado per esempio di prendere Palmyra, e mantiene attivo il Syrian Express con ritmi soliti, mentre ha addirittura aumentato la presenza navale nel Mediterraneo, per fare da scorta ai cargo diretti in Siria (uno dei cacciatorpediniere presenti è munito dei missili da crociera Kalibr, tra i sistemi di punta russi, semmai dovesse venire qualche strana idea alla Turchia). Dopo gli annunci di ritiro di metà marzo, sono arrivate nel Mediterraneo anche le unità anfibe “Caesar Kunikov” e “Saratov”, imbarcazioni da trasporto truppe, anche queste tracciate nell’analisi di Reuters.

Da Palmyra ad Assad, la Russia è ancora in forze in Siria

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