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Non c’è che da congratularsi con la cautela usata dal governo italiano nel caso Isis/Libia. Ogni intervento militare deve aver ben chiari gli scopi politici che deve perseguire, nonché i costi e i rischi che si devono affrontare. Nel caso libico nessuno li ha decisi. Solo ipotesi più o meno irrealistiche e appese nel vuoto.

GLI INTERROGATIVI

Vari interrogativi attendono risposta. Si deve distruggere l’Isis oppure limitarsi a contenerlo, dato anche che per quanto riguarda la sicurezza anti terroristica europea e italiana è più un “mostro” creato dai media, che un pericolo reale? Perché avercela solo con l’Isis anziché con le numerose formazioni jihadiste operanti in Africa del Nord che, verosimilmente, hanno maggiori capacità sia tecnologiche sia di reclutamento e di radicalizzazione nei nostri Paesi? Beninteso al-Qaeda si è polverizzata in una serie di gruppuscoli e, ancor meglio per la nostra sicurezza, non possiede più la capacità di procurarsi armi di distruzione di massa, che avrebbero trasformato in apocalittici i suoi attentati. L’Isis è causa o effetto dell’instabilità in Africa settentrionale e nel Sahel? Se ne fosse le cause sarebbe più che giustificato colpirlo con tutta la violenza necessaria, in modo da sradicarlo dalla regione. Se ne fosse l’effetto, occorre avere un’idea di come curare le cause profonde dell’instabilità, prima di attaccare l’Isis.

I RISCHI

Un intervento militare esterno potrebbe peggiorare la situazione, aumentare le reclute dei movimenti jihadisti e rendere più improbabile che i libici si impegnino contro l’Isis. Sono gli unici a poterlo fare con successo. E ancora, perché aspettare la costituzione di un governo di unità e non intervenire unilateralmente, beninteso accordandosi con una delle milizie più potenti (sono due: quelle di Misurata e quelle del generale Khalifa Haftar)?

IL NODO DEI LIBICI

Un interrogativo complementare riguarda la strategia da seguire per convincere i libici, ad attaccare l’Isis. Senza la loro cooperazione vi è ben poco da fare. Ci mancherebbero le fanterie necessarie. Le perdite subite sarebbero troppo rilevanti per essere accettate. Dovremmo fare il “lavoro sporco” di cui solo le anime candide pensano di poter fare a meno. Si dovrebbe utilizzare un livello di potenza incompatibili con i “valori” di un Occidente emotivo e culturalmente smilitarizzato.

TRA DIFESA E OFFESA

Mostrare i muscoli dicendo di voler riconsiderare – ancora una volta – la “napoleonica” decisione di armare i quattro Tornado che abbiamo schierato in Kuwait o autorizzare l’attacco da Sigonella di qualche drone per cavare d’impaccio in Libia qualche gruppo di “rambo” americani o britannici sono stati mosse avvedute, per cercare di “rimanere nel gioco”. Avere precisato che avremmo autorizzato missioni solo difensive ha però suscitato una certa ilarità. Le armi sono armi. Quando sono usate, fanno male. Piaccia o no, nella storia si sono sempre chiamate difensive quelle proprie e offensive quelle altrui.

QUALE INTERVENTO?

Il problema principale consiste nel precisare che cosa si voglia fare con un intervento. Vogliamo bloccare i “barconi”, le cui organizzazioni criminali sono collegate con le milizie più radicali? Oppure vogliamo diminuire le forze dell’Isis al punto tale che possano essere poi eliminate dalle milizie libiche, senza far del male ai criminali, che hanno legami d’affari con le milizie e con l’Isis? L’interesse nazionale italiano che giustifica un intervento armato – che come sempre si sa come inizia, ma non dove andrà a parare – è il blocco delle coste, per evitare l’afflusso di migranti, che sta mettendo in pericolo lo stesso sogno europeo. Beninteso non possiamo farcela da soli, con l’appoggio aereo e navale di qualche volenteroso alleato. Le guerre civili non possono essere trattate con mezze misure, con interventi limitati e successivi. Le milizie che le combattono lottano per la vita, la ricchezza e il potere. Hanno sempre notevoli resilienza e flessibilità. Solo un’azione massiccia, seguita dal controllo del territorio per il tempo necessario alla stabilizzazione, può farle cessare. L’Isis in Libia è effetto, non causa della crisi di quel Paese. Solo l’eliminazione dell’anarchia potrà permetterne l’eliminazione.

IN ATTESA DI UN GOVERNO

L’intervento dei vari Paesi occidentali, in particolare dell’Italia è stato sinora subordinato – almeno formalmente – alla costituzione di un governo di unità nazionale, che assorba i due oggi esistenti a Tripoli e a Tobruk. Esso dovrebbe richiedere l’invio di forze esterne e quindi ottenere la benedizione dell’Onu. Il condizionale è d’obbligo. Il governo di Tobruk ha violentemente protestato contro l’attacco aereo Usa a Sabratha. Ha voluto affermare la sua legittimità patriottica. Il nuovo governo ci penserà due volte prima di chiedere un intervento straniero. Nonostante tutte le alchimie del mediatore dell’Onu, la Libia rischia di avere tre governi invece dei due attuali. Il nuovo governo, oggi prudentemente a Tunisi, non avrà l’autorità né la forza necessaria per sostenere l’azione occidentale e per contrastare le milizie, soprattutto se deciderà di lottare anche contro la criminalità organizzata ormai strettamente collegata alle prime.

LA PROPAGANDA ISIS

Il nodo da sciogliere è se valga la pena imbarcarsi in una campagna che prevedibilmente sarà lunga e sanguinosa, con la disponibilità di forze limitate, in grado di ottenere risultati solo parziali e temporanei. Una decisione al riguardo dipende dalla pericolosità che viene attribuita all’Isis. I più favorevoli a un intervento la ingigantiscono. I contrari o i dubbiosi sono portati a ridimensionarla. Gli attentati in Europa sono stati fatti da “terroristi con gli occhi azzurri”, cittadini occidentali. Il brillante apparato comunicativo dell’Isis se ne assume la responsabilità. A parer mio non va preso molto sul serio.

LE MIRE DI EGITTO E TURCHIA

Mi sembra che la seconda interpretazione sia quella corretta. La Francia “gonfia” la minaccia dell’Isis perché ciò giustifica il suo intervento con l’Egitto a favore di Tobruk. Ma l’Isis si è rafforzato solo perché sia Tobruk che Tripoli/Misurata hanno sinora pensato di utilizzarlo nella lotta fra loro. Entrambi i governi e le milizie che fanno capo a essi hanno dato priorità alla guerra civile e non all’Isis, perché la Banca Centrale Libica, la Compagnia Nazionale del Petrolio e il Fondo d’Investimento Libico, li hanno “foraggiati”. Se venisse posto un embargo globale alla Libia, la tolleranza verso l’ISIS diminuirebbe rapidamente. Si creerebbero le condizioni per creare un governo unico e la collaborazione di varie milizie. Insomma, se i libici “tirassero la cinghia” aumenterebbe la loro voglia di combattere l’Isis. Allora si potrebbe intervenire. Per il momento l’Occidente, invece di gettare qualche bomba a casaccio – che rischia di aumentare i reclutamenti dell’Isis – dovrebbe decidere quale fazione sostenere in Libia, coordinando la sua azione con l’Egitto e gli Emirati, sponsor di Tobruk e Haftar, oppure con la Turchia e il Qatar che sostengono Tripoli e Misurata.

CHE FARE?

È quanto stanno facendo i francesi con Haftar. È quanto si dovrebbe fare anche con Tripoli o, meglio ancora, con le milizie di Misurata. Mantenersi nel mezzo, nella speranza che piova dal cielo un efficiente governo di unità libica, dà certamente la soddisfazione di rispettare la legalità internazionale, ma fa ricordare l’epitaffio scritto da Machiavelli per Pier Soderini.

Tutti i nodi da sciogliere prima dell'intervento in Libia

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