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La segreteria del Pd si appresta a proporre una norma che impedisce di candidarsi alle primarie chi è già stato sindaco (Debora Serracchiani, la Repubblica di oggi). Non è una norma ad personam, volta a impedire la discesa in campo di Antonio Bassolino, ha dichiarato serafica la vicesegretaria di Largo del Nazareno. Perché, ha spiegato, il Pd non rinuncia alla sua battaglia per il rinnovamento della classe politica.

Se ho capito bene, allora – a rigor di logica – nemmeno i sindaci uscenti potrebbero ricandidarsi. Ad esempio, Piero Fassino a Torino o Virginio Merola a Bologna. A meno che quella delle primarie non sia una scelta à la carte, buona solo a seconda delle convenienze di Matteo Renzi. Ma il punto non è nemmeno questo.

Se non ricordo male, Vincenzo De Luca, Michele Emiliano e Rosario Crocetta si sono candidati nelle rispettive regioni e hanno vinto. Erano forse nomi che esprimevano la rottamazione dei vecchi gruppi dirigenti della sinistra? Al contrario, hanno sancito la supremazia del partito dei cacicchi sul partito immaginario (perché non c’è) del partito del premier.

In una realtà come quella napoletana, dove non si vedono all’orizzonte “homines novi” di una rinascita civile e amministrativa della città, non comprendo per quali ragioni dovrebbe essere negata a una personalità come quella di Bassolino la possibilità di competere per unire le migliori energie intellettuali e sociali della capitale partenopea.

In tutta la vicenda c’è qualcosa che non torna. Non torna l’uso di due pesi e due misure nella selezione dei papabili a sindaco in un partito che ha elevato il nuovismo a suo mantra ideologico e la mitizzazione della cosiddetta società civile a sua cifra culturale, salvo poi ad accorgersi – per giunta con colpevole ritardo – dei disastri (almeno in buona parte) ascrivibili a quel “homo novus” che si chiama Ignazio Marino.

Le piroette del Pd su Bassolino, De Luca e Fassino

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