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La vicenda del Su-24 russo abbattuto dagli F-16 turchi e la “war of words” che ne è seguita non possono essere sottovalutati. Si tratta in fin dei conti del primo aereo russo abbattuto da un paese dell’Alleanza Atlantica dai tempi della guerra di Corea. Obama ha prontamente indossato la veste del pompiere, com’era ovvio. Ma se il suo invito alla “de-escalation” è stato accolto da Ankara e Teheran, venute a più miti consigli anche per non mettere a repentaglio i fitti rapporti commerciali, la “pugnalata alle spalle” del Sultano allo Zar evidenzia una volta di più una triste verità: l’estrema pericolosità del bellum omnium contra omnes in corso a cavallo tra Siria ed Iraq. Una situazione di cui il califfo non può che rallegrarsi. Se lo Stato islamico è ancora in piedi, nonostante il mondo intero gli abbia dichiarato guerra, lo si deve non tanto alla sua determinazione e alle sue capacità militari, quanto ai dissidi e alle contraddizioni di una coalizione che non c’è. Non c’è per motivi che conosciamo alla perfezione: le agende difformi, l’incompatibilità degli interessi nazionali, l’impossibilità di raggiungere un equilibrio geopolitico in cui le parti in causa non intravedano una minaccia esistenziale.

Tale stallo è drammatico non solo perché a farne le spese sono milioni di sfollati, ma soprattutto perché esiste un consenso unanime su un punto cruciale: la pericolosità del jihadismo nella sua versione califfale. Se sull’altro problema che ha generato l’attuale caos, la strenua resistenza di Assad sul trono di Damasco, le potenze sono schierate su fronti opposti, tutti concordano nel definire lo Stato islamico una minaccia per la sicurezza e la stabilità della regione e del mondo. Sta tutto qui il senso dell’esortazione di Richard Haas, presidente del Council on Foreign Relations, a detta del quale “non è necessario essere d’accordo su tutto per essere d’accordo su qualcosa”. Al momento, colui che più si sta prodigando per muoversi in questa direzione è il presidente Hollande. La sua determinazione è comprensibile, visto che gli attentati di Parigi hanno documentato, col nitore delle esplosioni dei kamikaze dello Stade de France, che il nemico mira a propagare verso l’esterno l’onda d’urto della sua ideologia fanatica.

Non che ci fosse bisogno della mattanza del Bataclan per rendersene conto. I segnali erano chiari da tempo, e l’ultimo è arrivato con la strage di Tunisi e la proclamazione dello stato di emergenza nell’unico paese arabo riuscito a modellare un embrione di democrazia dopo la stagione delle primavere. Dopo il Bardo, dopo Sousse, per la terza volta la Tunisia illustra quanto fragile sia l’equilibrio del mondo islamico alle prese con la piaga jihadista e quanto poco tempo rimanga a disposizione prima di essere sopraffatti dalla sua violenza. La necessità di fare i conti con questa sfida ci è stata ricordata peraltro dalla mossa parallela dell’altra sigla jihadista in campo, al Qaeda, che con il sanguinoso blitz di Bamako ha voluto approfittare dell’attuale caos per battere un colpo. Se il jihadismo era  già un “clear and present danger” quando il qaedismo era il solo catalizzatore della violenza islamista, lo è ancor più oggi in cui un nuovo attore si è impossessato della sua bandiera per minacciare il mondo. Il jihadismo ubiquitario non può essere più tollerato e richiede una soluzione ad hoc: una coalition of the willing che possa lanciare un chiaro segnale arginando anzitutto il più rovente dei jihad che si combattono sul pianeta, quello siro-iracheno.

Le potenze mondiali e i rispettive alleati sono chiamate a costruire una cornice politica all’interno della quale ogni attore possa ritrovarsi e fugare i propri sospetti. Non sarà facile prosciugare lo scontro settario tra sunniti e sciiti, conciliare le ambizioni egemoniche dell’Iran con i timori della Turchia e dei Paesi del Golfo, armonizzare le mire imperiali della Russia con la dottrina strategica degli Stati Uniti. Ciò che è certo è che l’insediamento del nuovo presidente americano, il più indicato a trovare una sintesi, arriverà tra oltre un anno. Troppo tardi.

Marco OriolesDottore di ricerca in Sociologia presso l’Università degli Studi di Udine

nairobi terrorismo attacco attentato

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