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“La democrazia è decidente o non è. E noi non accetteremo di trasformarla nel predominio dei veti che bloccano l’assunzione di responsabilità e riducono chi fa politica a partecipante di talk-show televisivi”.

È il leitmotiv del ragionamento con cui Matteo Renzi ha convinto la direzione nazionale del Partito democratico ad approvare in forma definitiva la riforma elettorale in vista del passaggio cruciale nell’Aula di Montecitorio. Appuntamento che ha congelato la “resa dei conti” con l’agguerrita minoranza del Nazareno.

“Nessuna deriva autoritaria”

A giudizio del premier le nuove regole elettorali costituiscono l’architrave del “progetto complessivo di cambiamenti offerto all’Italia all’indomani dei fallimenti del Pd”. La loro caratteristica distintiva, evidenzia, risiede nella capacità di assegnare al vincitore la facoltà di governare nella libertà da ogni tipo di alibi: “Perché individuare un responsabile delle scelte – ha affermato ieri, richiamando Piero Calamandrei – è fondamentale in una democrazia, come lo è nella Pubblica amministrazione, nel mondo scolastico, nel pianeta giustizia”.

Renzi rifiuta con nettezza l’accusa di “democratura” rivolta dagli avversari del percorso di rinnovamento istituzionale. E rivendica alla legge elettorale giunta all’esame della Camera dei deputati il merito di “evitare governi di larga coalizione fondati su progetti neo-centristi”. Garanzia che, rimarca, non fornisce né il ritorno al Mattarellum, né il maggioritario uninominale secco del Regno Unito, né il proporzionale altamente selettivo della Spagna.

“I parlamentari scelti liberamente saranno tanti”

Le nuove norme, rileva il numero uno del Nazareno, devono essere analizzate nella cornice del percorso di revisione costituzionale messo a punto da Maria Elena Boschi. “E trovano il proprio punto di forza nel ballottaggio, nelle liste corte di candidati facilmente riconoscibili tra capolista di collegio ed eletti con le preferenze, nel conferimento del premio di governabilità alla singola lista che valorizza la vocazione maggioritaria del Pd”.

Renzi ribadisce il rifiuto delle candidature multiple in più circoscrizioni, per favorire l’elezione con preferenze del 70 per cento dei parlamentari del Pd in caso di vittoria. E ritiene che almeno la metà dei parlamentari dei gruppi più piccoli verrà scelta liberamente dai cittadini, “visto che tali formazioni opteranno per la presentazione dei loro leader nel numero più vasto di collegi”.

“Non replico ai ricatti”

Nei confronti delle minoranze del Nazareno critiche verso la legge elettorale il premier distingue tra “ricatti e ritocchi”.

A modello dei primi riporta l’intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera da Alfredo D’Attorre, che evoca il ricorso al voto segreto a Montecitorio nell’eventualità della bocciatura di precise richieste di modifica del testo: maggioranza di deputati scelti con le preferenze e possibilità di apparentamenti al ballottaggio “per allargare la rappresentatività del meccanismo di voto”.

“No a modifiche e ritocchi”

Fortemente contrario a tale proposta, Renzi rivendica l’attribuzione del premio di maggioranza al singolo partito anziché all’alleanza come “la più grande conquista del Pd con il ballottaggio”.

La ragione è coerente con la visione di un “partito a vocazione maggioritaria in grado di governare autonomamente, affrancato dal peso dell’ennesima coalizione”.

Lo stesso orizzonte, e la volontà di “evitare il rischio del pantano parlamentare”, ispira la su avversione al ritorno del testo a Palazzo Madama: “Espressione di un infinito Gioco dell’Oca che condannerebbe la riforma al logoramento”.

“Un regime presidenziale di fatto”

Argomentazioni che colgono in contropiede il leader di Area Riformista Roberto Speranza, fermamente intenzionato a ricercare un punto di mediazione: “Perché nel percorso di riforme istituzionali ed elettorali non possiamo perdere per strada una parte rilevante del Pd, correndo il pericolo di una spaccatura dai contorni imprevedibili”.

Gianni Cuperlo, che pure riconosce alla legge elettorale il merito di allontanare lo spettro di governi di larghe intese, invoca senza fortuna correzioni rilevanti: riduzione del numero dei parlamentari nominati, aumento della quantità dei collegi, facoltà di alleanze al secondo turno.

E Stefano Fassina mette in guardia da “una riforma che trasforma l’Italia in un regime presidenziale de facto privo di bilanciamenti. Lontano anni luce rispetto a una forma di governo parlamentare in cui le maggioranze vengono formate nelle istituzioni tramite laboriosi accordi di coalizione come in Germania”.

Le armi parlamentari della minoranza Pd

Ma la manifestazione più radicale di dissenso verso il premier giunge da Alfredo D’Attorre, che parla di una “mescolanza indigeribile di candidature bloccate e preferenze riservate esclusivamente al partito vincente”.

L’esponente della minoranza del Nazareno chiede polemicamente se le ragioni della crisi italiana negli ultimi vent’anni risiedano nella mancanza di potere decisionale del governo. E ricorda che che “nessuna legge elettorale può prefigurare e imporre la formazione di maggioranze di governo: Non avviene neanche nel Regno Unito coinvolto in un processo di scomposizione politica”.

Il parlamentare rispedisce al mittente le accuse di “ricatto”: “L’utilizzo del voto segreto in tema di regole di voto è previsto dal Regolamento di Montecitorio, ed è ampiamente legittimo soprattutto se il governo pensasse di porre la questione di fiducia sul testo”. Per questa ragione, nell’eventualità di approvazione della legge attraverso uno strappo con una parte del Pd, D’Attorre preannuncia che il percorso di revisione costituzionale a Palazzo Madama “viaggerebbe su un binario morto”.

“No all’esaltazione delle preferenze”

Le richieste avanzate dalla minoranza del Partito democratico vengono respinte dal “giovane turco” Andrea Orlando, artefice di un patto generazionale con Renzi finalizzato a rottamare la vecchia nomenclatura e a costruire una nuova leadership di sinistra.

Il Guardasigilli difende il bonus di maggioranza al singolo partito “poiché il Pd ha sempre criticato la formazione di coalizioni coatte riunite esclusivamente per raggiungere il premio di governabilità”.

Rilancia l’istituto del ballottaggio “che prefigura una competizione bipolare e non bipartitica”. E, lungi da un’esaltazione delle preferenze, condivide l’idea che una parte dei parlamentari venga scelta dalle forze politiche “per restituire loro un ruolo di indirizzo e orientamento nazionale dell’opinione pubblica”.

Uno sbocco inevitabile

Parole che lasciano trapelare l’esito della Direzione del Pd. La minoranza sceglie compatta di non partecipare al voto finale. E il Renzellum ottiene da una platea interamente schierata con il premier il via libera all’approvazione parlamentare senza cambiamenti.

Ecco come Renzi blinda il Renzellum e rottama la minoranza Pd

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