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“La scienza oggi conta più della politica”. Per capire bene la frase che Shimon Peres ha pronunciato alla Hebrew University di Gerusalemme davanti a 450 scienziati, Nobel e giovanissimi, facciamo un gioco. Se gli extraterrestri esistessero e in questo momento stessero studiando la vita intelligente sulla Terra attraverso internet, che figure individuerebbero come dominanti del nostro pianeta? Penserebbero che a comandare qui da noi sono le intelligenze artificiali. Gli oggetti collegati ad internet. Che nel 2020 saranno 30 miliardi; mentre noi umili intelligenze umane solo 7 miliardi. Queste intelligenze nuove, organizzate in algoritmi sempre più autonomi, dialogheranno tra loro agendo via via più autonomamente. Nelle strutture (siti, motori di ricerca, app, start up) che oggi stiamo progettando, e attraverso le quali stiamo ‘disegnando’ il mondo che verrà. Civile e militare.

Il potere, dunque, sarà sempre meno nelle mani della politica e sempre più nelle mani di chi sta investendo nell’Information Communication Technology: nelle start up e nelle armi di attacco e difesa cyber. Mai come ora il pallino è nelle mani della scienza e della tecnologia; che non possono quindi più essere guidate solo da logiche di mercato. Il mercato infatti ‘lavora’ per le aziende, e quindi per le macchine intelligenti. Bisogna mettere in sicurezza fin d’ora le priorità degli esseri umani. Progettare e gestire la cybersecurity diventa dunque parte integrante di quella che al MIT di Boston qualcuno chiama la “politica dell’algoritmo”. La cybersecurity diventa un fattore determinante non solo in chiave di conflitti tra persone, aziende e nazioni (cyberwar); ma anche in termini di difesa dell’umanità dal pasticcio che potrebbero creare gli algoritmi, sempre più intelligenti, intrecciandosi tra loro senza che gli umani, presto in netta minoranza, ci possano mettere più mano. Siamo ancora in tempo.

In Israele lo hanno capito prima di tutti. A causa della complicata situazione geopolitica e grazie all’educazione militare che attraversa la gioventù di scienziati, startupper, letterati e casalinghe. Benjamin Netanyahu, il presidente, è stato molto chiaro quando, pochi giorni fa, ha inaugurato la prima World Science Conference in Israele; un appuntamento che intende rendere regolare. “Nessuno crea la pace con la debolezza. Nessuno”, ha detto salutando i quindici premi Nobel intervenuti. “Per questo dobbiamo essere potenti: per la pace e per il nostro futuro. Il potere di cui parlo è quello che vedo qui: è il potere delle menti. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno; che voi rappresentate e che noi ammiriamo”.

E ha aperto un confronto di altissimo livello tra scienziati e CEO israeliani di startup di successo che hanno già fatto exit all’estero. Un faccia a faccia tra scienza e tecnologia nel paese che con soli 7 milioni di abitanti ha prodotto 5000 startup, 86 fondi di venture capital, 30 premi Nobel, e creato poli universitari in ogni angolo remoto, anche nel bel mezzo del deserto del Negev. È la ‘Start Up Nation’: Israele. “La terra promessa della tecnologia” titolano i giornali. Aaron Ciechanover, premio Nobel per la Chimica 2004, e membro della Pontificia Accademia delle Scienze, non ci sente bene. Colpa di un esplosione durante la guerra del Kippur, nel 1973. “L’educazione militare – afferma – è stata la scuola migliore per applicare subito la scienza alla vita reale. Imparare a far squadra con persone provenienti da condizioni e paesi diversi – proprio come avviene nei team di ricerca scientifica – e a conoscere il meglio della nostra società: la capacità di essere autonomi ma pensare per la collettività”. Ciechanover spiega che fede e scienza non sono in contraddizione, e le domande che vanno bene per la seconda non possono essere poste per la prima. La sua prossima visita a Papa Francesco sarà in Novembre.

Gli Israeliani hanno ben chiara la rivoluzione filosofica e tecnologica che stiamo vivendo.

La ferita narcisistica dell’uomo di fronte alla rivoluzione dell’informatica e dell’informazione  -quando capisce che non è più l’unico agente intelligente della terra – è paragonabile solo a quella subìta quando Copernico scoprì che non era il Sole a girare intorno alla Terra, bensì il contrario. L’aspetto umanistico non abbandona mai le riflessioni scientifiche di chi ha un credo secolare alle spalle. Allo stesso modo nessun imprenditore (e in un Paese giovane cresciuto in mezzo ad ostilità ambientali e geopolitiche il DNA imprenditoriale ce l’hanno tutti) abbandona l’ottica militare, in un momento in cui le guerre si spostano nello spazio cyber, che avvolge gli altri quattro: terra, aria, acqua, spazio.

Militare e civile, pubblico e privato nell’infosfera si integrano. Non a caso internet nasce nel DARPA del Pentagono.

Quando vogliono potenziare una regione, fosse anche quella più ostile, gli Israeliani fondano su due piedi un’Università e un polo tecnologico. “Per sviluppare una comunità bisogna sviluppare un’ Università”, dicono nel deserto del Negev. Studiano le tecnologie per la coltivazione nelle pietraie; intorno alle aule universitarie creano un villaggio; e poi ne difendono i confini e la sicurezza; inventando dispositivi medicali agili e portatili per diagnosi e cura che rendano inutili troppi viaggi nei grandi ospedali della Capitale. Ricerca, tecnologia, salute e difesa diventano conseguenze immediate l’una dell’altra. Il risultato, organizzato in un dispostivo o una app, verrà venduto all’estero.

La maggior parte dei capitani della UNIT 8200, quella più tecnologica, sono CEO di startup affermate. A soli vent’anni i militari più dotati, in un clima tutt’altro che gerarchico, sono in grado di concepire virus o droni in grado di scegliere da soli l’obiettivo e colpire autonomamente solo quando è il momento giusto. Nel civile la stessa dinamica viene applicata ai veicoli, o utilizzata per gli ‘smart contract’: contratti tra due soggetti e un’intelligenza artificiale, che vengono scritti nel futuro e ’firmati’ dall’algoritmo solo quando si verificheranno determinate condizioni che i due soggetti si affanneranno a favorire.

Ma come possiamo mettere il cuore pulsante della nostra società nelle mani di un paese straniero? Dopo aver capito, con il caso Hacking Team, che chi fabbrica i dispositivi che mettono in sicurezza i nostri smartphones, computer, le nostre aziende, Governi e Nazioni, può inserire backdoors che rimandano le informazioni direttamente ai database del paese di fabbricazione la scelta di una società o un’altra sembra essere diventata una scelta geopolitica. “Israele fabbrica le migliori tecnologie di cybersecurity. A differenza di quanto accade in altri paesi possederle è vitale prima di tutto per noi, a causa della nostra situazione geopolitica – dice Yoav Tzruya, partener di JVP Cyber Labs – Essere sempre all’avanguardia preserva la nostra pace perché il timore che hanno i potenziali nemici scoraggia gli attacchi. Tuttavia siamo una nazione piccolissima. A differenza degli Stati Uniti (che comunque hanno qui sedi di Lockheed Martin, Cisco, Intel.. ) noi non abbiamo un mercato interno. E dobbiamo guadagnare facendo exit. Se no, non avremo più soldi neanche per finanziare le nostre ricerche. Quindi non possiamo permetterci di mettere a rischio la nostra reputazione, nel caso in cui dovesse venire  fuori che inseriamo porte d’accesso nei nostri dispositivi tecnologici. Per non mettere a rischio la reputazione, non commettiamo passi falsi e per questo possiamo garantire che non succederà”.

L’Era di Internet è appena cominciata. E Israele, come paese tecnologico, è il più grande laboratorio del futuro.

Viaggio in Israele, la Start Up Nation

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