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Leopardi scriveva “La Quiete Dopo la Tempesta”. Dopo la riunione del G20 ad Ankara, sembra respirarsi calma piatta sul fronte monetario internazionale; i maggiori commentatori parlano di “ferma decisione” del G20 di impedire una guerra valutaria che, nel contesto attuale porterebbe guai principalmente all’eurozona, smorzando i tremuli segni di ripresa ed accentuando invece quelli di deflazione. Ma se guardiamo con attenzione le cose non sono andate proprio così.

Infatti nella dichiarazione finale i ministri dell’Economia e delle Finanze ed i banchieri centrali del G20 hanno firmato un documento in cui si dice che “la politica monetaria diventerà più restrittiva in alcuni dei Paesi avanzati”. Il riferimento è una benedizione implicita alla Federal Reserve e alla Bank of England che non fanno mistero delle loro intenzioni di aumentare gradualmente i tassi d’interesse.

Né negli Stati Uniti né in Gran Bretagna, l’andamento dei prezzi al consumo genera preoccupazioni, ma il tasso di aumento del Pil (ora attorno al 2,5% l’anno ma in accelerazione nell’ultimo trimestre) e soprattutto il tasso di disoccupazione è al 5,3% negli Usa e al 3,3% in Gran Bretagna; dati che si riferiscono alla rilevazione delle forze di lavoro in luglio ed oggi potrebbero essere ancora più bassi, suggerendo, quindi, un surriscaldamento dal fronte dei salari.

In condizioni “normali” la messa in atto di freni monetari potrebbe essere quanto previsto, ove non richiesto, nei manuali di politica economica e finanziaria. Non siamo, però, in condizioni “normali”. La minisvalutazione della Cina e l’annuncio che l’aggiornamento dei conti nazionali del Celeste Impero stimano per il 2015 un tasso di crescita al 6,8% (mentre ce ne vuole uno del 10% per assorbire l’enorme trasmigrazione dalle aree rurali alle nuove urbane e industriali), nonché il comunicato dell’autorità monetaria cinese sulla riduzione delle riserve da loro detenute, hanno già innescato un movimento di capitali dai Paesi emergenti alla ricerca di lidi più sicuri, tipico flight to quality.

Un aumento dei tassi d’interesse Usa e britannici non può che accelerarlo. La stessa Banca mondiale ha espresso preoccupazioni a riguardo: la fuga di capitali ostacola la crescita e il riassetto di questi Paesi. Non solo, induce a svalutazioni competitive.

Tassi in aumento e svalutazioni competitive minacciano di danneggiare specialmente l’eurozona. Il Q.E. (quantative easing) della Banca centrale europea è più un moschetto come quello di Athos, Porthos ed Aramis che un bazooka. Un ulteriore deprezzamento dell’euro darà una spinta ai settori di esportazione, ma il vero nodo è la domanda interna per consumi e per investimenti. Anche i capitali europei seguiranno la flight to quality, e maggiori rendimenti, rendendo più difficili un programma di rilancio in un’UE che non può contare sull’apporto delle finanza pubblica.

Perché i leader europei non si sono fatti ascoltare di più? Lo spiega uno studio The European Role in the G20 firmato da vari specialisti di istituzioni europee: Neils Blokker e Stefaan Van Der Bogaert dell’Università di Leiden, Armin Cuyversklauheine dell’Università di Rotterdam, Christpher Hillion di Leiden, Jaroslaw Kantorowicz di Rotterdam, Hannes Lenk di Goeteborg, René Repasi di Heidelberg.

In breve il G20 è un gruppo informale che segue prassi, mentre l’UE è altamente formalizzato – un po’ un pesce fuor d’acqua che non sa fare sentire la propria voce.

Tutte le guerre monetarie (presenti e future)

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