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Anche la politica italiana, già anomala di suo per tanti motivi, è stata trasformata da Caronte in un inferno. Dove brucia tutto, a cominciare dalla coerenza.

Ha cominciato il presidente del Consiglio Matteo Renzi mettendo sul tappeto, con il piglio che lo distingue, una cosa che da candidato alla segreteria del suo partito, solo qualche anno fa, aveva contestato a Silvio Berlusconi trattandolo come un visionario: l’abolizione dell’Imu, o come diavolo ha finito per chiamarsi la tassa sulla prima casa.

Dove e quando, e a spese di chi, perché è inevitabile che qualcuno dovrebbe comunque pagare alla fine il conto, non si è capito. Neppure al ministero dell’Economia, dove per comprensibile dovere d’ufficio, per quanto smentito da Giulio Tremonti all’epoca di Berlusconi a Palazzo Chigi, debbono spalleggiare i progetti del capo del governo e dare l’impressione che sia tutto possibile. Magari, con l’aiutino improbabile di una Cancelliera tedesca convertita alla cosiddetta flessibilità nell’applicazione dei parametri più o meno “stupidi” rimproverati ai trattati dell’Unione Europea da uno che dovrebbe intendersene: l’ex presidente del Consiglio, e della Commissione Europea, Romano Prodi.

Ha continuato l’ineffabile governatore della Sicilia Rosario Crocetta piangendo e minacciando il suicidio in diretta radiofonica o televisiva per il colpevole silenzio attribuitogli da una intercettazione pubblicata dall’Espresso mentre il suo amico e medico personale augurava a Lucia Borsellino, allora assessore regionale alla Sanità, la fine del padre, magistrato, assassinato 23 anni fa dalla mafia.

Poi l’aspirante suicida si è accorto, con l’aiuto delle Procure siciliane intervenute nelle polemiche con ripetute smentite, di non avere davvero sentito parlare il suo medico in quei termini ed ha denunciato il settimanale e i suoi giornalisti, sottoposti a indagini con pesanti accuse anche dagli inquirenti.

Nel frattempo però, con improvvisate e forse improvvide sortite delle più alte autorità dello Stato, il governatore si è talmente indebolito nella sua già precaria posizione politica da sembrare un fantasma. Che però è in grado di restare al suo posto, nella casamatta dei cosiddetti professionisti dell’antimafia inutilmente smascherati tanti anni fa da Leonardo Sciascia, e di sfidare chiunque voglia costringerlo o indurlo alle dimissioni, a cominciare dal presidente del Consiglio e segretario del partito che lo sostiene ad ore o minuti alterni alla regione.

Non dissimile da Crocetta è la posizione del sindaco di Roma Ignazio Marino, anche lui deciso a resistere alle pressioni o ai desideri di avvicendamento coltivati al vertice del suo partito dopo una serie, a dir poco, di infortuni fra i quali forse il maggiore non è più il pasticcio giudiziario di “Mafia capitale”.

Ora, con l’ennesimo rimpasto della giunta capitolina, tutti stiamo qui a chiederci se sia stato più Marino a “fregare” Renzi o Renzi a “fregare” Marino allungandogli il brodo di una crisi senza sbocco.

Sulla barca di Caronte è salito in questa torrida estate anche Denis Verdini, che addirittura contesta la definizione di “toscanaccio” all’indimenticabile Indro Montanelli e si è separato da Silvio Berlusconi in termini e modi che consentono le interpretazioni più diverse. Anche quella di una missione segreta affidatagli dal leader di Forza Italia per allungare la vita al governo Renzi di quel tanto che è necessario per la pur improbabile ricostituzione del centrodestra.

Ma tutto, francamente, ci saremmo aspettati fuorché di vedere salire sulla barca di Caronte anche Marco Pannella con un attacco ad Emma Bonino, la politica italiana più famosa ed apprezzata nel mondo. Della cui sostituzione alla guida del Ministero degli Esteri, nel passaggio fra il governo di Enrico Letta e quello di Renzi, non si sono mai capiti e condivisi i motivi. Almeno sino a quando non si è sentito Pannella parlarne come ha fatto, appunto, sulla barca di Caronte.

Purtroppo l’estate non è ancora finita. E Caronte ha ancora tanto da fare.

Effetto Caronte su Renzi, Verdini, Crocetta e Pannella

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