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Donald Trump è presidente degli Stati Uniti da meno di un mese. Eppure, le sue dichiarazioni e i suoi primi provvedimenti hanno già fornito molti segnali su che cosa ci potremo aspettare nei prossimi anni per quanto riguarda le relazioni internazionali. Finora, il leader repubblicano sta davvero mantenendo le promesse fatte al suo elettorato, anche a costo di perseguire politiche che rischiano di aumentare la frammentazione e la conflittualità internazionale colpendo peraltro Paesi tradizionalmente alleati degli Stati Uniti. Il tutto, partendo da una serie di forzature all’assetto istituzionale interno, che vanno dalla rilettura di emendamenti costituzionali (che apparivano insormontabili fino a ieri) a uno scontro ingaggiato con la magistratura americana meno politicizzata, la quale però potrebbe uscirne sconfitta a causa della prevalenza di giudici conservatori inseriti da Trump nella Corte Suprema.

Dovremo abituarci a convivere con queste decisioni e a interpretarle positivamente e per le quali, del resto, egli ha ottenuto la maggioranza dei voti degli americani che lo hanno portato alla presidenza per i prossimi quattro anni e forse di più come si comincia a mormorare a Washington, cancellando un’ulteriore tradizione secolare di massimo due mandati.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni dimostrano chiaramente che Trump non è disposto a concedere salvacondotti pur di mettere in atto la sua agenda “Make America Great Again”.

Cominciamo con i dazi doganali già imposti a Canada, Messico (e poi ritrattati, almeno temporaneamente, con la concessione di una deroga di un mese), Cina e Unione europea (anche se per ora solo nei confronti di acciaio e alluminio). Si tratta di misure che non solo non produrranno benefici all’economia globale, ma che servono anche a mettere definitivamente in discussione il ruolo dell’Organizzazione mondiale del commercio, facendo passare il messaggio che è meglio risolvere le questioni commerciali facendo da soli piuttosto che affidandosi a un organo sovranazionale.

L’obiettivo di Trump sembra la distruzione del multilateralismo liberale, almeno per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Ha sconfessato le organizzazioni internazionali anche decretando l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità e dalla Convenzione per la lotta al cambiamento climatico delle Nazioni Unite; ha emesso sanzioni sulla Corte penale internazionale; ha sempre espresso giudizi critici sul sistema delle Nazioni Unite (arrivando a minacciare nei giorni scorsi l’uscita persino da Fondo monetario internazionale e Banca mondiale); si è anche posto interrogativi sulla utilità della Nato come ora organizzata e finanziata. Il presidente sta poi colpendo un principio giuridico cardine a livello internazionale, quello del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli altri Paesi, agitando minacce (nemmeno troppo velate) di annessione nei confronti della Groenlandia (che appartiene alla Danimarca), del Canada (che Trump vorrebbe far diventare il “51° Stato” americano) , e di Panama, al quale la Casa Bianca chiede la restituzione del Canale, cambiando anche il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America, con una assonanza che farebbe piacere al grande navigatore. Per non parlare del progetto suggestivo quanto irrealizzabile senza pace e senza palestinesi, di una sorta di Mar-a-Gaza, che prevederebbe una vera e propria operazione di pulizia etnica in contrapposizione con gli accordi internazionali pregressi e la soluzione auspicata dei due Stati (chi si ricorda della stretta di mano tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat avvenuta proprio alla Casa Bianca?).

Si tratta, insomma, di un atteggiamento improntato alle logiche imperialiste dei secoli scorsi che rischia di dare il via a rivendicazioni territoriali di ogni tipo fatte da altri attori (pensiamo ovviamente ai soliti sospetti, dalla Cina su Taiwan alla grande Russia), facendo inceppare i meccanismi di risoluzione pacifica delle controversie internazionali. E che potrebbe teoricamente portare a conseguenze paradossali, non consentendo di escludere in assoluto il fatto che i membri della Nato sulla base dell’articolo 5 della carta sulla difesa comune, potrebbero entrare in guerra con quello che – almeno fino ad oggi – è stato il loro principale alleato (se gli Stati Uniti dovessero invadere davvero la Groenlandia o annettere il Canada).

Per gli altri Paesi (e i loro leader) si sta presentando la sfida di come cercare di interagire con Trump, che agisce rapidamente per avere il vantaggio della prima mossa e potersi poi sedere al tavolo per negoziare da una posizione di forza con il suo interlocutore. Rivendicazioni che hanno una certa razionale che Trump nel passato ha più volte richiamato ma che sembravano far parte solo di un retaggio storico superato da secoli di convivenza pacifica. Canada e Messico ne stanno già facendo le spese e, dopo aver opposto una resistenza iniziale, i rispettivi leader Justin Trudeau e Claudia Sheinbaum hanno cercato una mediazione riuscendo a ritardare per il momento l’entrata in vigore dei dazi. L’improvvisa accelerazione sulla questione ucraina riprende poi lo stesso modello questa volta vicino ai nostri confini.

Come dovremmo rispondere noi europei? Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha cercato di mostrare i muscoli, annunciando che Bruxelles non subirà passivamente le decisioni di Washington e ribadendolo anche al vicepresidente statunitense J.D. Vance, in questi giorni in Europa per partecipare al summit sull’intelligenza artificiale di Parigi, in Francia, e alla Munich Security Conference in Germania. L’Unione europea vanta un forte surplus commerciale nei confronti di Washington per quanto riguarda i beni, ma anche un massiccio deficit nei settori dei servizi (cosa mai riconosciuta da Trump). La parola d’ordine in questo momento dovrebbe essere unità, ma non sarà facile trovare un denominatore comune a livello europeo, considerando che ci sono 27 agende diverse e che si stanno rafforzando i tentativi di dividere i Paesi europei facendo leva sui rispettivi nazionalismi. Senza considerare che per ora l’Unione europea ha una competenza esclusiva solo in materia commerciale mentre negli altri settori le competenze sono ancora nazionali. Insomma, un bel pasticcio in cui nel breve periodo Trump può dimostrare di avere avuto la meglio grazie al suo atteggiamento muscolare e puntando sul fatto che nel medio periodo una guerra commerciale non la vuole nessuno perché rischia di danneggiare tutti.

Riguardo poi all’Ucraina essenziale è che i Paesi europei e l’Italia tra i primi, mantengano la coesione oltre i singoli interessi nazionali e dopo aver profuso soldi, armamenti e capitale politico non si trovino emarginati nel negoziato e successivamente nella ricostruzione e nello sviluppo economico di quel Paese in quello che si preannunzia come un nuovo Piano Marshall per la regione.

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