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Dopo tanti annunci, una flebile speranza. Le fazioni libiche hanno firmato l’11 luglio a Skhirat, in Marocco, una nuova versione dell’accordo “di pace e di riconciliazione” proposto dall’Onu. Un’intesa accolta con favore sul piano internazionale, ma che soffre di una lacuna non trascurabile: è stata raggiunta senza i rappresentanti del parlamento di Tripoli.

LA SODDISFAZIONE DI LEÓN

Unanime il coro di voci entusiaste. La prima, scontata, proviene proprio dal Palazzo di Vetro. Per l’emissario delle Nazioni Unite per la Libia, Bernardino León, il documento approvato dai delegati di Tobruk e Misurata è “un primo passo, ma realmente importante nel cammino della pace”.

LA REAZIONE DELL’ITALIA

Anche dal nostro Paese è giunta piena soddisfazione per i passi in avanti compiuti. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha detto che la firma “costituisce un motivo di speranza e ci incoraggia a proseguire nell’impegno negoziale”. “Tocca adesso a Tripoli”, ha spiegato il titolare della Farnesina ricordando gli ostacoli ancora presenti, “compiere un gesto importante e responsabile, aderendo all’accordo proposto da Leon, con il pieno sostegno anche dell’Italia”. “Si tratta di un passo importante verso una soluzione politica e condivisa alla crisi e per ripristinare condizioni di pace e stabilità in Libia”, ha concluso Gentiloni.
Pure il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, intervenuto su Facebook, ha tenuto a rimarcare come l’accordo “di queste ore è un tassello importante del tentativo di stabilizzare la regione e restituire pace a questo grande Paese”.

I PUNTI POCO CHIARI

Ci sono però dei “ma”. Per Mattia Toaldo, analista presso lo European Council on Foreign Relations di Londra, la figura del generale Khalifa Haftar rimane uno dei punti di maggiore contrasto tra le parti, che hanno finora ostacolato il coinvolgimento pieno di Tripoli. Il 25 febbraio scorso il militare, forte dell’esplicito sostegno politico e militare egiziano espresso dal presidente Abdel Fattah al-Sisi, venne nominato ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore dal governo di Tobruk, nell’intento di sconfiggere le forze islamiste tripolitane. Il suo è dunque un nome che difficilmente potrebbe resistere a un accordo. “L’Arabia Saudita e altri Paesi arabi – si interroga dunque l’esperto – continueranno a promuoverlo?”, per poi chiedersi se la porta rimarrà davvero aperta per Gnc nelle prossime settimane”. Dubbi legittimi, perché i negoziatori contano di incontrarsi ancora dopo le vacanze di fine Ramadan, per formare un governo ad interim e raggiungere un accordo di divisione dei poteri con o senza Tripoli, con conseguenze imprevedibili per la tenuta del Paese, minato non solo dalla guerra civile in corso, ma anche dalla crescita dell’Isis.

L’OCCHIO DEI DRONI

È sempre più evidente, per molti osservatori, come l’instabilità che parte dal Nordafrica, passa per il Cairo e si estende fino al Medio Oriente sia ormai un fronte unico, che mette a dura prova la comunità internazionale in senso più ampio. Dietro molte di queste tensioni si agita infatti uno spettro, quello del Califfato di al-Baghdadi. E che anche la vicenda e i destini della Libia siano ormai intrecciati a doppio filo con l’ascesa dei drappi neri lo testimonia la spinta americana per mettere in sicurezza l’intera regione attraverso una maggiore vigilanza. In particolare, spiega il Wall Street Journal, gli Stati Uniti stanno discutendo con Paesi del Nordafrica la possibilità di stanziare droni in una base locale e utilizzarli per controllare i movimenti dei jihadisti dello Stato islamico.

INTELLIGENCE RAFFORZATA

L’obiettivo, hanno spiegato fonti dell’amministrazione Usa, è di eliminare quello che i vertici dell’intelligence chiamano i “punti oscuri” per i servizi di spionaggio occidentali. Una svolta necessaria per contenere l’espansione dell’Isis oltre i confini dell’Iraq e della Siria. Una base vicina alle roccaforti dello Stato islamico contribuirebbe a “riempire i buchi nella nostra comprensione di quanto sta accadendo da quelle parti”. Le fonti del quotidiano non hanno voluto indicare dei Paesi in particolare dove Washington potrebbe collocare la base per i droni, ma Tunisia – appena nominata principale alleato non-Nato – ed Egitto sembrano i candidati naturali, data la collaborazione di lunga data a livello di intelligence e i buoni rapporti militari e la vicinanza con la Libia.

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