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I recenti sviluppi e risultati dell’intelligenza artificiale generativa hanno spalancato nuove prospettive, in larga misura imprevedibili. Un etico informatico, già professore universitario di informatica, e un analista di politiche tecnologiche, in passato suo studente, si ritrovano dopo vent’anni e, attraverso un dialogo asincrono, affrontano il tema dell’impatto sociale dell’intelligenza artificiale e della tecnologia in generale. Tra policrisi e incertezze, quale opportunità migliore per proiettarsi verso il futuro, sognare e immaginare nuovi orizzonti?

Dopo aver parlato di come potrebbe cambiare il mondo del lavoro (qui la prima puntata dell’analisi), in questo secondo articolo il dialogo si concentra sul futuro dell’informatica (e dei professori che la insegnano).

Marco Bani – Ricordo ancora l’esame che ho dato con te più di vent’anni fa, Informatica di base: pomeriggi passati a studiare programmazione e imparare ad utilizzare codice. Eppure, adesso, ripenso a quello che ha detto Jensen Huang, il capo di Nvidia, nuovo guru del mondo tech, all’ultimo World Economic Forum, che potrebbe smentire anni di politiche del lavoro mirate ad aumentare il numero di programmatori. Infatti, Huang ha detto che l’intelligenza artificiale renderà i programmatori del codice superflui, perché riuscirà a fare in maniera semplice e intuitiva quello che l’utente vuole, senza conoscere nessun tipo di programmazione:

“Probabilmente ricorderete che nel corso degli ultimi 10, 15 anni quasi tutti coloro che si sono seduti su un palco come questo vi hanno detto che è vitale che i bambini imparino l’informatica. Ora è quasi l’esatto contrario. […] Questo è il motivo per cui così tante persone [stanno] parlando di intelligenza artificiale oggi perché per la prima volta puoi immaginare che tutti nella tua azienda siano dei tecnologi. […] Il divario tecnologico è stato completamente colmato. […] Ora hai un computer che farà quello che gli dici di fare per aiutarti ad automatizzare il tuo lavoro, per amplificare la tua produttività, per renderti più efficiente. […]”

Cosa ne pensi da professore di Informatica? Te lo chiedo in maniera provocatoria: non hai paura di essere sostituito?

Vincenzo Ambriola – Rileggendo l’articolo di Alan Turing del 1950 mi ha colpito una delle ultime frasi «possiamo sperare che sicuramente nel futuro le macchine competeranno con gli uomini in tutti i settori puramente intellettuali». C’è da notare l’uso, nel testo originale, dell’avverbio “eventually”, che in inglese non significa “eventualmente” ma “sicuramente nel futuro”. Turing non mise in dubbio la possibilità che le macchine pensanti possano sostituire l’uomo nello svolgimento delle attività intellettuali, proprio di tutte, ma collocò tale evento sicuramente in un futuro, senza però specificare una data certa. Ciò che stupisce è la connotazione positiva e benefica per l’umanità dell’evento, chiaramente indicata con l’uso del verbo “sperare”. Va detto che la sua affermazione era assolutamente apodittica, senza alcuna spiegazione, a differenza di tante altre contenute nel suo articolo.

Negli anni successivi, altri scienziati hanno ripreso la profezia di Turing. Ad esempio, nel 1965 Herbert A. Simon scrisse che «le macchine saranno capaci, entro vent’anni, di fare tutto ciò che un umano può fare» (citazione riportata da Crevier) e l’anno successivo Irving J. Good pubblicò un articolo in cui descrisse una macchina ultra-intelligente ovvero «una macchina che può di gran lunga superare tutte le attività intellettuali di qualsiasi essere umano dotato di una qualsiasi intelligenza». Fu un significativo balzo in avanti, rispetto alle affermazioni di Turing e Simon. Non solo una macchina ultra-intelligente fu ritenuta capace di svolgere tutte le attività intellettuali umane, ma anche in grado di farlo con una potenza superiore a quella di tutti gli esseri umani. Good azzardò un’ulteriore profezia, affermando che «poiché il progetto delle macchine è una di queste attività intellettuali, una macchina ultra-intelligente potrebbe progettare macchine ancora migliori». Senza prendere in considerazione la reale fattibilità tecnica necessaria per portare a compimento un tale progetto, che richiederebbe un’inconcepibile potenza, Good andò ben oltre, prevedendo una «esplosione di intelligenza di tale forza da lasciare molto indietro l’intelligenza umana». L’ultimo passaggio, questa volta puramente fantascientifico è dovuto a Raymond Kurtzweil, che riprese il tema della singolarità e lo analizzò nel contesto dell’intelligenza artificiale generale.

Durante la pandemia di Covid-19, l’Università di Pisa, come molte altre, fu costretta a una brusca transizione alla didattica a distanza, un evento senza precedenti che sostituì il contatto diretto tra docenti e studenti con un dialogo telematico freddo e impersonale. Nonostante l’impreparazione, il corpo docente si adattò rapidamente, affrontando strumenti informatici spesso inadeguati e sovraccarichi. Per due anni, la didattica a distanza divenne la norma, privando il processo educativo delle sfumature umane del dialogo fisico. Con il ritorno graduale in presenza, il senso di “sostituibilità” svanì. Ora, però, l’attenzione si sposta sull’intelligenza artificiale generativa, percepita come una nuova minaccia al ruolo umano.

Non ho paura di essere sostituito perché credo che la mia professione sarà sempre basata su un rapporto diretto, totale, in cui la conoscenza è trasferita in maniera imprevedibile. Questo non significa che l’intelligenza artificiale avrà un ruolo marginale, anzi, sono convinto del suo importante ruolo di strumento, come già accade in tantissimi settori della ricerca. Ci aiuterà ad accrescere le nostre capacità critiche, a organizzare e analizzare la grande quantità di dati generati da esperimenti sempre più complessi. Ci aiuterà anche a scrivere meglio e più rapidamente, dandoci un supporto scientifico e professionale. Certo, ci sono ancora le “allucinazioni”, ma tenderanno a ridursi con il continuo uso di questo strumento. Vi ricordate le imprecisioni di WIkipedia? Insomma, sarà un grande motore di innovazione.

 

 

Professori vs macchine. Chi insegnerà l’Informatica in futuro?

Di Vincenzo Ambriola e Marco Bani

La professione di insegnante sarà sempre basata su un rapporto diretto, totale, in cui la conoscenza è trasferita in maniera imprevedibile. Questo consente di non avere paura di una sostituzione da parte dell’intelligenza artificiale che però avrà sempre di più un importante ruolo. La seconda puntata firmata da Vincenzo Ambriola, Università di Pisa, e Marco Bani, Senato della Repubblica Italiana, sulle riflessioni riguardo l’impatto sociale dell’intelligenza artificiale

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