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Ormai da mesi coltivo una convinzione che le cronache più recenti non fanno altro che confermare: le politiche monetarie “zero lower bond”, ossia a tassi negativi o poco più non sono un semplice incidente della storia, come sembrano dire tutti i banchieri centrali ogni volta che ne parlano, ma sono la logica evoluzione di un percorso economico basato su un indebitamento via via più insostenibile che richiede tassi praticamente negativi per non provocare disastri peggiori.

In tal senso, temo che i tassi a zero, per non dire negativi, dureranno a lungo. Potrebbero persino segnare un’evoluzione del nostro paradigma economico e, di conseguenza, dei nostri costumi sociali.

Ciò malgrado gli stessi banchieri centrali non si peritino, ogni qual volta ne abbiano la possibilità, di sottolineare i rischi che tale politica sussume e la necessità che tali misure siano temporanee. Salvo poi fare esattamente il contrario di quanto dicono. L’ultima è stata la Fed, che nelle sue ultime minute pubblicate mostra di star riconsiderando la tempistica per arrivare a un rialzo dei tassi, che ormai sembra uno spauracchio più che una decisione di politica monetaria.

Lo “zero lower bound”, insomma, è il minore dei mali. E che tale convinzione sia ormai radicata nei mercati lo dimostra l’esuberanza davvero irrazionale che gli stessi mercati mostrano ogni qual volta una banca centrale mostra di voler allentare ancor di più. Il rimbalzo delle borse europee di pochi giorni fa seguito all’annuncio di un componente della Bce di maggiori acquisti di bond a maggio e giugno ne è prova esemplare.

Sicché ho letto con estremo interesse uno speech di James McAndrews, Executive Vice President and Director of Research della Federal Reserve Bank di New York (“Negative nominal central bank policy rates – where
is the lower bound”) che ha il merito di posizionare la questione in tutta la sua straordinaria complessità, senza che ciò aiuti in nessuno modo ad immaginare quali conseguenze possano derivare da un tale costume economico.

L’economia ai tempi dello “Zero lower bound”, perciò, è un’occasione unica, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, per ragionar d’economia, per una volta lasciando da parte il suo manifestarsi matematico, che personalmente giudico un preoccupante degrado.

Il banchiere ricorda che ormai numerose banche centrali hanno raggiunto la soglia dello “zero lower bound”, in alcuni casi sprofondando nel quantitative easing. Sicché suona del tutto logico chiedersi se il concetto in sé abbia ancora una dignità ontologica.

Nella sua opinione, lo zero lower bound “è come la linea della spiaggia quando c’è la bassa marea”, ricordando che “zero è un tasso sotto il quale una banca centrale si raffronta con il distintivo e crescente costo di un tasso nominale negativo rispetto a un non negativo”, che vi parrà cervellotico, ma dice già tutto.

Il primo passo per apprezzare il ragionamento del nostro banchiere è la distinzione fra tasso nominale di interesse e tasso reale, il secondo essendo il costo del debito al netto dell’inflazione e quindi il tasso realmente d’interesse di consumatori o imprese che intendano indebitarsi. Ciò implica che non sia necessario un tasso nominale a zero per avere un tasso negativo: è sufficiente che l’inflazione sia più alta del tasso nominale.

Tale circostanza è assai comune: è successo tante volte. Al contrario solo ai giorni nostri è accaduto che i tassi nominali siano stati portati in territorio negativo, ossia provocando che “i creditori pagano interessi ai debitori e i debitori guadagnano sui loro debiti”. In sostanza, “anziché far lavorare per voi i vostri soldi, dovete lavorare per i vostri soldi”, come sintetizza il nostro banchiere con gustoso pragmatismo americano.

La spiegazione del nostro oratore circa la necessità dei tassi nominali a zero fa dipendere tutto dal tasso di inflazione, che essendo sceso pressoché a zero un po’ ovunque ha “obbligato” la banca centrale allo “zero lower bound”. Il che è vero, ma non dice tutta la verità.

Se guardiamo agli Usa, che per primi insieme all’UK hanno fatto QE, osserviamo che nel 2010 il tasso di inflazioni CPI era ancora sopra il 2% e lì è rimasto fino al 2012, e solo nel 2013, a QE ormai avanzatissimo, ha inziato a declinare. Il che lascia ipotizzare che l’inflazione sia scesa malgrado lo zero lower bound, (o forse a causa?).

Ma quando poi leggo che “abbassare il tasso fino al territorio negativo può anche essere utile per ridurre la pressione sull’apprezzamento della valuta”, mi convinco che l’economia ai tempi dello “Zero Lower Bound” ha una evidente e poco discutibile caratteristica: usa parlare a nuora perché suocera intenda.

E quello che c’è da intendere lo vedremo dopo.

L’economia ai tempi dello “Zero lower bound”

Ormai da mesi coltivo una convinzione che le cronache più recenti non fanno altro che confermare: le politiche monetarie “zero lower bond”, ossia a tassi negativi o poco più non sono un semplice incidente della storia, come sembrano dire tutti i banchieri centrali ogni volta che ne parlano, ma sono la logica evoluzione di un percorso economico basato su un…

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