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Perugia ─ Su questo sito è uscito qualche tempo un articolo (a firma di chi scrive) in cui si raccontava della presunta uccisione in Iraq di Izzat Ibrahim al Douri, braccio destro di Saddam Hussein, “Re di Fiori” nel mazzo di carte che gli Stati Uniti avevano riprodotto con i notabili del regime iracheno ai tempi della guerra d’Iraq, ora spalla dello Stato islamico.

La notizia era stata diffusa da Reuters, un’agenzia sulla cui immensa serietà non vale nemmeno la pena di spendere parole, e poi ripresa da quasi tutti i media internazionali. Molti di questi media, però, avevano usato un approccio simile a quello usato da questo sito: la notizia doveva essere confermata* (ma era una notizia e tanto valeva parlarne, anche per trovare l’occasione di racconare chi era e chi è Izzat al Duri: uno che nelle vicende dell’IS sembra aver avuto un ruolo di primo piano, che andrà confermato come quello di tutti gli altri ex ufficiali baathisti).

Il problema di veridicità stava nel fatto che la fonte di Reuters era il governo iracheno ─ per precisione le forze di sicurezza (ISF) ─, che non è noto per l’affidabilità. Oltre ad aver dichiarato “ufficialmente” morto il Califfo Baghdadi in almeno 4 occasioni, l’esecutivo di Baghdad non era nuovo nemmeno a sparate sulla fine di al Duri (che è molto odiato dal sistema di potere sciita attuale, perché rappresenta il massimo esponente vivente dell’altro sistema di potere, quello vecchio e scardinato dagli americani, e cioè il baathismo filo-sunnita di Saddam, che ora nella narrativa sciita sta cercando di riprendersi il Paese attraverso lo Stato islamico).

In questo momento sembra che al Duri non sia morto, ma ci si arriva con calma.

Il corpo portato in processione con esaltazione vittoriosa e spregio della morte dai soldati iracheni, probabilmente non era quello del Re di Fiori: era sì un uomo rossiccio con la barba musulmana (il colore rosso non è così comune tra gli arabi), ma forse non era lui ─ e la bara di vetro portata a spalla dai soldati affinché la gente riconoscesse il generale ricercato da tredici anni, si sta rivelando una buffa mascherata. Non è chiaro se Baghdad ne fosse a conoscenza da subito ─ e ha semplicemente colto l’occasione della “morte illustre” per alzare il morale delle sgangherate truppe e dei disperati civili ─ oppure si è trattato di un vero e proprio errore in buona fede. Con probabilità, un po’ di tutte e due.

Nell’ottica di “alziamo il morale dei soldati”, c’è da dire che l’uccisione di al Duri è stata raccontata come se fosse stata un’operazione frutto dell’attenta intelligence interna e della precisione dell’esercito. La storia: c’erano informazioni di intell sul passaggio di un importante esponente dell’IS nell’area di Hawija (città del nord sotto il Califfato) per un incontro tra papaveri. Per un momento si è addirittura pensato che fosse Abu Bakr al Baghdadi, ma poi ci si è accorti che nell’imboscata tesa dall’esercito iracheno appena fuori città era caduto il tikrita generalissimo di Saddam ─ che comunque era un obiettivo lo stesso molto spendibile dal punto di vista mediatico.

Per confermare la morte, il governo iracheno aveva proposto un esame del DNA (di cui sembrava dovessero occuparsi i medici al fianco degli advisor americani) confrontando i prelievi dal corpo del defunto con quelli di un fantomatico campione custodito a Baghdad. Si scrive “fantomatico” perché il giorno seguente all’annuncio dell’uccisione, si è scoperto che non esisteva nessun campione con cui confrontare la ricostruzione del patrimonio genetico di quell’al Duri ucciso, contrariamente a quanto annunciato ufficialmente. E già la cosa cominciava a puzzare. Ma gli iracheni erano fermi e convinti di quanto dichiarato.

A metà maggio, a dare una mano per mettere fine alla tiritera, ci ha pensato direttamente al Duri annunciando con un messaggio audio la sua contemporaneità, pure piuttosto incazzata. Dubbi restano, per carità, perché l’audio ─ sebbene sembrava piuttosto recente ─ potrebbe essere stato registrato prima della morte, e diffuso dall’Is per propaganda. Giovedì, però, anche il governo di Baghdad ha ammesso di non poter confermare con certezza la morte del numero due del regime baathista  (che più o meno significa “è vivissimo e lotta insieme a noi” visto l’andazzo dell’informazione governativa irachena, ma questa è un’opinione di chi scrive).

Questo pezzo era dovuto per fare chiarezza sulla vicenda: sempre chi scrive, crede che sia il modo giusto di lavorare, spiegando se le notizie date vengono poi smentite da vicende successive**.

 

* I media italiani qui fanno eccezione, perché, escluso rarità, hanno dato la notizia per certa da subito.

** I media internazionali hanno ripreso la notizia sulla smentita della morte di al Duri, con lo stesso stile e precisione con cui avevano preso la notizia dell’uccisione. Molti media italiani, invece, devono essere in possesso di informazioni esclusive che attestano la certezza della morte del generale baathista, perché di smentite non c’è traccia (o quasi).

@danemblog

 

 

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