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Per quanto nascosta in una cronaca del Corriere della Sera di segno opposto, sotto una titolazione – a pagina 3 – enfaticamente elogiativa del civismo dei cittadini impegnati a pulire e riparare strade, muri, vetrine e quant’altro devastato venerdì da delinquenti in tuta black bloc, va segnalata la protesta di un milanese anonimo contro i tempi di una mobilitazione che ha tanto inorgoglito le maggiori autorità statali e locali.

“Dove eravate quando, venerdì, qui c’erano le fiamme? Vergogna”, ha “inveito”- racconta il cronista del Corriere – un signore contro un corteo che sfilava domenica per via Carducci esprimendo quello che è stato indicato come il riscatto della città.

Quel milanese, magari immigrato chissà da quale altro posto d’Italia o del mondo, meriterebbe di uscire dall’anonimato al quale l’ha condannato il più diffuso e importante giornale ambrosiano, e nazionale. Ma vedrete che nessuno si prenderà la briga di dargli un nome, un cognome e un volto.

Nessuno, a cominciare dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia per finire col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che si è affrettato a telefonare allo stesso Pisapia per esprimere la sua ammirazione per i volenterosi delle pulizie. E – si spera – anche per indicare la data della sua visita all’Esposizione Universale, alla cui inaugurazione, proprio venerdì, il giorno dei disordini e delle devastazioni anti-Expo, è accorso invece il predecessore Giorgio Napolitano. Dal quale purtroppo si è poi levato uno stonato rimprovero a giornali e telegiornali di avere dato troppo “spazio” alla violenza esplosa nella città.

Purtroppo l’aria, e non solo quella atmosferica, è ammorbata sia dai violenti scatenatisi il 1° maggio contro una città inerme, difesa dalle forze dell’ordine con le dichiarate e vantate istruzioni di limitare solo i danni, sia da quanti, dentro e fuori certi salotti milanesi che contano più dei giornali e dei governi, sono impegnati più ad archiviare e dimenticare l’accaduto che a colpire davvero i violenti e impedire che tornino a fare danni.

Certi salotti della borghesia milanese, e di quanti ne assecondano a livello politico e mediatico umori e interessi, assomigliano purtroppo a quelli – se non sono gli stessi, con i figli o i nipoti succeduti ai papà e alle mamme, o ai nonni – che negli anni Settanta irridevano la decisione di Indro Montanelli di uscire dal Corriere della Sera dell’editrice Giulia Maria Crespi e del direttore Piero Ottone per fare un giornale schierato apertamente contro i drammatici sviluppi, sociali e politici, delle contestazioni sessantottine.

Di quei salotti, dove magari si commentò il famoso attentato terroristico del 1977 a Montanelli rimproverandogli di esserselo un po’ cercato, cioè meritato, Indro soleva dirmi, nella redazione romana del suo Giornale, dove veniva spesso, di non sapere se “provare più schifo o pena”. Erano ancora gli anni in cui ad acquistare il Giornale nelle edicole si rischiava ancora di essere derisi, o minacciati, o picchiati.

Foto: Twitter/Franco Vanni

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