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L’Arabia Saudita punta a restare leader dell’esportazione mondiale. “Una battaglia che è appena iniziata”, secondo l’Agenzia Internazionale di Energia, e che cerca di fermare la crescita di chi utilizza la tecnica del fracking per produrre greggio.

RIFORME INTERNE

Molte riforme interne sono state promosse dal re Salman bin Abdulaziz, ma anche dal giovane principe Mohammed bin Salman (qui il ritratto di Formiche.net), ministro della Difesa e dirigente della statale petrolifera Saudi Aramco. Ad aprile la produzione del petrolio saudita è aumentata di circa 10,3 milioni di barili al giorno, nonostante il crollo del prezzo del petrolio. Poco effetto ha ottenuto la pressione esercitata da altri Paesi produttori membri dell’Opec, come il Venezuela e l’Iran, che chiedevano una riduzione della produzione per fare salire i prezzi.

RALLENTAMENTO DEL FRACKING AMERICANO

Anzi, è stato proprio il basso costo del petrolio negli ultimi mesi a dissuadere gli investitori ad acquistare la produzione alternativa. In un articolo del Financial Times, un funzionario saudita sostiene che “non ci sono dubbi. La caduta del prezzo del petrolio degli ultimi mesi ha allontanato i nuovi investitori dal petrolio americano di frantumazione”.

Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (Ocse), nello scontro tra l’Opec e il petrolio derivato americano, sono stati gli americani a rallentare. Nel rapporto mensile si nota una decelerazione della produzione negli Usa dopo il crollo delle esportazione di circa il 60%. Evidenza che la strategia saudita ha fatto centro. Ma dall’Ocse sono cauti: “Sarebbe però prematuro suggerire che l’Opec ha vinto sul mercato. E’ tutto appena cominciato”. 

IMPATTO SUL PREZZO DEL PETROLIO

Sull’evoluzione del prezzo l’Ocse sostiene che l’instabilità politica in Medio Oriente e nord dell’Africa influirà molto probabilmente sull’aumento. Inoltre si prevede “un gran impatto” negli equilibrio del settore il rallentamento della produzione di petrolio di frantumazione.
Intanto il prezzo petrolio si mantiene nei livelli più bassi, anche se è aumentato ieri dello 0,89% per arrivare a 60,20 dollari il barile. Negli ultimi cinque anni (2010-2014) il greggio aveva superato il prezzo di 100 dollari il barile.

SCENARI FUTURI SECONDO E&Y

E cosa accadrà in futuro? In un rapporto di Ernst & Young intitolato “Resilience in a time of volatility: oil prices and the energy industry” si delineano tre possibili scenari. Nel primo il prezzo del petrolio resta basso: circa 70 dollari il barile. L’Opec mantiene i limiti massimi di produzione e l’aumento della richiesta si mantiene in un indice moderato. Tutto ciò senza nessun imprevisto nel contesto geopolitico.

Il secondo scenario parla di un prezzo moderato: circa 80 dollari il barile. L’Arabia Saudita e gli altri membri dell’Opec impongono pressioni fiscali per limitare la produzione leggermente. Così, i costi di petrolio di frantumazione non sarebbero più convenienti per gli Stati Uniti e la produzione rallenterebbe ancora di più.

Il terzo scenario, quello del prezzo alto (circa 90 dollari), comporta un rafforzamento dell’economia globale e un aumento della richiesta di energia. Ma potrebbe influire anche nuove tensioni geopolitiche nei territorio che forniscono il greggio.

Per i prossimi 12 mesi Ernst & Young prevede contrazioni nello sviluppo di progetti di esplorazione, riduzione di costi e poco accesso al mercato di capitali e nuovi acquisti di imprese del settore idrocarburi. Come dice l’Agenzia Internazionale per l’Energia, la “battaglia” per la (ri)conquista del mercato petrolifero è appena cominciata.

Ecco come l'Arabia Saudita giochicchia col petrolio

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