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Il blitz statunitense volto all’arresto di Nicolás Maduro, presidente di fatto ma non di diritto del Venezuela, accusato di narcotraffico e terrorismo internazionale, segna comunque la possibile chiusura di una lunga e controversa stagione della storia venezuelana. Sotto il segno del chavismo, nel giro di pochi decenni, un Paese dalla solida tradizione economica è stato letteralmente devastato, trasformato in una dittatura opprimente, sostenuta da apparati militari iper-privilegiati e da un vasto sottoproletariato assistito, ridotto a strumento di consenso.

Maduro ha proseguito e aggravato l’opera avviata da Hugo Chávez, il militare che nel 1999 riscrisse la Costituzione aprendo la strada a un potere personale privo di contrappesi. Se le accuse – rilanciate con forza dall’amministrazione Trump – di un coinvolgimento diretto nei traffici di droga regionali dovessero essere provate in sede giudiziaria statunitense, emergerà uno dei casi più gravi di criminalizzazione dello Stato nel continente americano, tanto più perché gli Stati Uniti sono tra i Paesi maggiormente colpiti da tali traffici.

Sulla testa di Maduro pesa inoltre il colpo di mano elettorale del luglio 2024: una consultazione presidenziale persa ma fatta risultare vinta da una commissione elettorale da lui stesso controllata. I sostenitori del vero vincitore, il liberale Edmundo González Urrutia, hanno prodotto le certificazioni del voto elettronico attestanti la loro vittoria. La risposta del regime è stata feroce: arresti, torture, minacce e una repressione protrattasi per mesi. González è stato costretto all’esilio in Spagna, mentre María Corina Machado ha continuato a incarnare la resistenza democratica nel Paese.

Le democrazie occidentali hanno chiesto il ripristino della legalità costituzionale; Cina, Russia, Iran e Corea del Nord hanno invece sostenuto apertamente il regime. Oggi a Caracas convivono speranza e tensione, mentre nel mondo cresce la preoccupazione per un’operazione giudicata dai sostenitori di Maduro una violazione del diritto internazionale.

È un tema serio, che non può essere eluso. Ma è altrettanto evidente che il diritto internazionale, così come lo abbiamo conosciuto, è da tempo in frantumi. Gli accordi vengono violati sistematicamente, l’Onu è paralizzata dai veti, svuotata di efficacia. Da quando Russia e Cina hanno aggregato attorno a sé un fronte di autocrazie che rivendicano un “nuovo ordine mondiale”, evocando sinistramente i lessici del Novecento, la legalità globale è diventata selettiva.

Dall’aggressione russa alla Georgia, alla Crimea, fino all’Ucraina, passando per il Medio Oriente destabilizzato da milizie sostenute da Iran, Cina e Russia, l’impunità è diventata la regola. Davanti a questo quadro, l’Europa continua a invocare un diritto internazionale che nei fatti non riesce più a difendere, rifugiandosi in una retorica ipocrita e impotente.

Agli Stati Uniti si chiede di confermare il proprio ruolo di perno della legalità globale, senza ripiegare in una dottrina neo-monroista ormai anacronistica. La vera sfida di questa fase storica è costruire un fronte realmente coeso tra chi condivide un orizzonte di libertà, assumendone fino in fondo il peso e la responsabilità. A partire dall’Europa.

Dopo il blitz Usa, la sfida per l’Europa: da retorica a responsabilità. L'analisi di Bonanni

Il blitz statunitense contro Maduro segna un punto di svolta nella crisi venezuelana e nell’ordine globale. Mentre Washington agisce, l’Europa resta impantanata nella retorica sul diritto internazionale. La sfida ora è assumere un ruolo concreto nella difesa della legalità e della libertà, superando l’impotenza diplomatica e costruendo un fronte coeso contro le autocrazie. La riflessione di Raffaele Bonanni

Venezuela, verso una nuova dottrina Usa/occidentale? La lettura di Picchi

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Spionaggio, droni e forza militare. Così Washington ha catturato Maduro

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Energia, nuovo asse del potere globale? L'analisi di Bartolomucci

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