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Dopo la fine delle Prima guerra mondiale, per evitare la serie di errori di comunicazioni e fraintesi che avevano portato al conflitto devastante nel 1914, le potenze vincitrici crearono la Società delle nazioni. Doveva essere la camera di compensazione della diplomazia bilaterale, pensata in nome del diritto. Si spense in una serie di fallimenti che portarono alla Seconda guerra mondiale, tra cui l’invasione italiana dell’Etiopia nel 1936 e l’attacco giapponese contro la Cina nel 1937. Italia e Giappone erano tra vincitori della Grande guerra ma si sentivano traditi per i pochi vantaggi che ne avevano tratto. La Germania hitleriana si inserì in una diplomazia che volgeva a proprio vantaggio tali recriminazioni e ambizioni.

Le Nazioni Unite, fondate dopo la Seconda guerra mondiale, nascevano con un’architettura più realista. Affrontavano non solo scontri eventuali ma un problema che consumava il mondo già da tempo – l’aggressiva avanzata del comunismo rivoluzionario nel mondo e le ambizioni degli Stati a socialismo reale. In questo disegno le principali potenze vincitrici, tra cui anche l’Urss, nuovo avversario, avevano un potere di veto come membri dei cinque posti permanenti al Consiglio di sicurezza. Tra i cinque, con lungimiranza e generosità, gli Stati Uniti vollero anche la Cina. Inoltre, tutti i singoli Paesi partecipavano con un uguale diritto di voto. Il progetto cercava di equilibrare il realismo dell’equilibrio di poteri sul campo con l’idealismo dei principi del diritto.

Fino alla fine della Guerra fredda, le Nazioni Unite hanno funzionato, anche nel cambiamento delicato del posto della Cina, passato dalla Repubblica di Cina (con capitale Taipei) alla Repubblica Popolare cinese (con capitale Pechino) nel 1971. I problemi sono sorti con la fine della Guerra fredda, quando gli equilibri politici ed economici negli anni Novanta non riflettevano più l’architettura delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti avrebbero voluto riformarle, a cominciare da un allargamento dei membri permanenti. L’Italia, tra gli altri, si oppose. Berlino avrebbe avuto un seggio permanente e Roma sarebbe stato l’unico dei quattro maggiori Stati europei fuori dal Consiglio di sicurezza. Il tentativo di riforma fallì e non ce ne furono altri. La riforma poteva essere bacata e, per l’Italia, drammatica. Ma poi né l’Italia né altri portarono avanti progetti migliori. Il risultato fu che le Nazioni Unite si allontanarono dagli interessi della grande potenza, gli Stati Uniti, che cominciò a ignorare, e quindi svuotare complessivamente l’organismo. Cioè con la mancata riforma era venuto anche a indebolirsi il principio di realismo politico colonna fondante delle Nazioni Unite, e le questioni di diritto cominciarono ad andare per la tangente.

In questa storia ci sono i semi dell’attuale frizione in Libano tra Forze di difesa israeliane (Idf) e truppe di interposizione delle Nazioni Unite, Unifil, tra cui italiani ma anche cinesi e russi. La realtà, al di là della forma del diritto, è che Israele è una superpotenza tascabile ed è una periferia di Silicon Valley a San Francisco. La sua sicurezza è cruciale per gli equilibri del mondo attuale ma anche per il destino della sua innovazione tecnologica. Russia e Cina hanno obiettivi diversi. Vogliono ostacolare Israele e vogliono tenere in vita le Nazioni Unite traballanti così come sono, che diano loro copertura su iniziative altrimenti unilaterali. In questo quadro generale lo scopo può essere lasciare in vita quel po’ di Hezbollah rimasto, e parare un nuovo colpo agli ayatollah iraniani, già in seria difficoltà.

Il contingente Unifil è allora la foglia di fico in un gioco dai contorni molto vaghi. Non è chiara la strategia di lungo termine di Israele. Non sono chiari i profili della nuova Guerra fredda in corso, non è chiaro fino a che punto la Russia vuole e può spingersi a favore dell’Iran e dei suoi alleati. Questi sono gli interrogativi di fondo per il governo italiano che trova oggi il suo contingente in Libano sotto attacco e con un mandato Onu chiaramente diverso da decenni fa.

Israele può avere ragione o torto, così come possono averla i suoi avversari, ma non è un dibattito per il contingente italiano nell’Unifil. L’Italia deve porsi obiettivi strategici generali in cui anche la missione in Libano trovi o meno un ruolo, non il contrario. Cioè è assurdo pensare di disegnare la strategia italiana a partire dalle bombe israeliane sull’Unifil, oppure di pensare l’Unifil fuori da un disegno complessivo. Poi: non è chiaro fin dove si vogliono spingere Israele o la Russia o l’Iran. Sono cambiati tutti i termini del gioco, bisogna ridiscutere le ragioni della missione Unifil e della missione italiana al suo interno. Non è chiaro cosa vuole l’America, che ispirò la prima missione Unifil e il comando italiano. Non sono chiare le intenzioni di alleati come Francia, Irlanda o Germania pure nel contingente. È chiaro che i termini della missione particolare e generale sono cambiati.

Mentre questi ragionamenti si dovranno sviluppare a Roma, bisogna ripensare rapidamente a cosa fare del contingente italiano. Inoltre, bisogna pensare il prima possibile alla realtà della grande politica nazionale in questo momento storico. E al suo interno naturalmente non può non esserci la bizzarra storia dell’autonomia differenziata.

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