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A qualche giorno di distanza dall’intervista rilasciata al portale americano Crux, l’osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite di Ginevra, mons. Silvano Tomasi, è tornato a parlare di quanto sta accadendo nel vicino oriente, con l’avanzata delle milizie fedeli allo Stato islamico e la necessità d’una risposta da parte della comunità internazionale.

POCHE OPZIONI SUL TAVOLO

Questa volta, il diplomatico vaticano ha parlato direttamente alla Radio Vaticana, e i toni non sono stati di certo edulcorati rispetto al precedente intervento: “Vediamo che nel cosiddetto Stato islamico e in altre parti del Medio Oriente e del mondo continua una violenza spietata contro persone innocenti. Allora, la questione da porsi è: cosa può fare nelle circostanze attuali la comunità internazionale?”, s’è domandato Tomasi. Le opzioni sul tavolo, a suo dire, non sono molte: “Oltre a cercare di dare un aiuto umanitario per alleviare le sofferenze, ci sono altri tentativi possibili. Uno certamente è quello di continuare lo sforzo del dialogo tra autorità e potenze politiche, per vedere di arrivare a un cessate-il-fuoco e a far smettere questa violenza sistematica, che sta distruggendo migliaia di persone, intere culture e comunità”.

“NON SEMPRE C’E’ LA VOLONTA’ DI IMPEGNARSI PER LA PACE”

Il problema è che il Califfo Abu Bakr al Baghdadi non pare disponibile ai negoziati. E infatti, sottolinea l’osservatore della Santa Sede, “non sempre c’è la volontà politica di rispondere in maniera costruttiva o di impegnarsi per dei compromessi che possono portare la pace. Siamo di fronte, mi pare, in qualche modo a un genocidio, perché quello che si sta verificando in Medio Oriente è la distruzione sistematica di un gruppo di persone identificate per la loro credenza religiosa o perché sono in disaccordo con le autorità che comandano il territorio”.

IL PRINCIPIO DELLA RESPONSABILITA’ DI PROTEGGERE 

La risposta legittima, dopotutto, si potrebbe rifare al principio della “responsabilità di proteggere” enunciata davanti all’Assemblea Generale dell’Onu, nell’aprile del 2008, da Benedetto XVI. In sostanza, quando uno Stato non è in grado di difendere la propria popolazione da attacchi terroristici messi in atto da attori non statali, è dovere della comunità internazionale intervenire. Una dottrina contestata da molti, Cina in primis, ma che pare essere la chiave di volta per la situazione odierna.

“DAVANTI AL GENOCIDIO SCATTA L’OBBLIGO MORALE DI INTERVENIRE”

E infatti, mons. Tomasi osserva che “davanti a questa sorta di genocidio scatta l’obbligo morale, il dovere – che è previsto nei regolamenti e nella giurisprudenza internazionale – di proteggere questa gente. Decidere le modalità per la protezione di queste persone, i cui diritti fondamentali sono violati, tocca alla comunità internazionale”.

L’IMPEGNO DIRETTO DEI PAESI DELLA REGIONE

Quanto agli strumenti, il diplomatico vaticano sostiene che è necessario che i paesi della regione si impegnino “in maniera diretta” a proteggere i propri cittadini. Di certo è necessaria la solidarietà della comunità internazionale. In ogni caso, “per arrivare a questo accordo è necessario che ci sia una coalizione di vasto respiro e che abbia un obiettivo chiaro, che è quello semplicemente di portare la pace e di rimettere nelle loro case e nelle loro proprietà le persone che sono state costrette a fuggire”.

IL CAMMINO IDEALE PER LA PACIFICAZIONE

Parla di un “cammino ideale”, mons. Tomasi, che è quello del negoziato, per arrivare così “senza violenza” a una soluzione. Anche perché “la violenza richiama altra violenza”. Non è escluso, però, che si debba ricorrere all’uso della forza che comunque, “anche se purtroppo alle volte è necessario, è una extrema ratio, una soluzione limite quando tutte le altre vie sono state tentate per salvaguardare i diritti fondamentali delle persone”.

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