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Fermi tutti: va in onda 1992. Ci voleva la britannica Sky per accendere un faro narrativo su quell’anno che sconvolse l’Italia, su quei dodici mesi dopo i quali nulla fu più lo stesso. Gli scandali di queste settimane sembrano uno spot pubblicitario naturale eppure nelle cronache miserevoli di oggi non risuona quella stessa vis della storia che allora pulsava.

Quando un gruppo di poliziotti irruppe nel Pio Albergo Trivulzio di Milano per cogliere sul flagrante il versamento di una tangente a Mario Chiesa nessuno forse immaginava che da quello smottamento sarebbe discesa una valanga. La fiction parte da lì per una narrazione che non è e non vuole essere un documentario ma che pure non rinuncia ad attraversare i fatti e i personaggi di quel 1992. Si scorgono le figure di Marcello Dell’Utri, allora guru di Publitalia (intelligentissimo ma che pure si ferma pensoso a guardare la notizia dell’omicidio del deputato siciliano Salvo Lima) e del giovane magistrato Antonio Di Pietro (meno aggressivo e assertivo di come si sarebbe potuto immaginare ma comunque simpatico).

Attorno a loro, e non solo loro, si snodano le storie dei personaggi di fantasia. Le storie che si intrecciano alla storia. Il Dell’Utri che scruta l’orizzonte e presagisce la necessità che sia un pubblicitario a salvare la “Repubblica delle banane” è una storia o è la storia? E le ragazze di Non è la Rai sono un espediente narrativo della fiction o fu un espediente comunicativo nella realtà di quegli anni ’90? Il telespettatore verosimilmente offrirà risposte diverse e comunque vorrà vedere tutte le dieci puntate trasmesse su Sky Atlantic. Da quel che si può cogliere dai primi fotogrammi di 1992, sarà un bel prodotto che accenderà un po’ di interrogativi per troppo tempo rimasti nel cassetto dei ricordi, pur senza avere un approccio moralista. Le storie, appunto, e non la storia.

Eppure, dopo 23 anni almeno abbiamo qualcosa da rivedere che ci consenta di ricordare quel passaggio da un evo all’altro della nostra Repubblica (con o senza banane). La prospettiva televisiva non sembra ribaltare i fatti per come sono rimasti scolpiti nella memoria collettiva per mano di quei mezzi di informazione che furono essi stessi parte attiva di quelle vicende. Non possiamo peraltro pretendere che un prodotto di intrattenimento, per quanto di altissimo livello, si assuma una responsabilità che non ha e non può avere. Il 1992 fu un anno di cambiamenti, di voglia di condannare un malcostume vergognoso che ancora non è stato debellato, fu un anno in cui avvenne una strage, quella di Capaci, che nessuno ha mai voluto più dimenticare. Furono i mesi che seguirono la fine dell’Unione Sovietica, la firma del Trattato di Maastricht, l’ascesa della Lega, l’inizio dei telegiornali della Fininvest poi Mediaset. Fu tante cose ma fu soprattutto la fine e un inizio.

Evocare la storia attraverso il racconto di singole storie è un espediente efficacissimo per ricordare che le storie di ciascuno di noi sono intimamente intrecciate con la storia, quella vera. E allora, fermi tutti: va in onda il 1992. Quello che eravamo e che poi siamo diventati. Una storia che, come il futuro, ancora deve essere scritta.

Il 1992 di Sky, la storia nelle storie

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