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La decisione di re Abdullah di prendere parte alla coalizione internazionale contro l’Isis non era stata particolarmente popolare in Giordania, finora.

LE MOSSE (SBAGLIATE) DELL’ISIS

La tattica usata dai jihadisti, in fondo, come spiega il sito The Conversation, era chiara: usare il pilota Muadh al-Kasasbeh nelle loro mani, per minare l’unità della coalizione e umiliare il governo di Amman, considerato troppo filo-occidentale. Un piano da realizzare sfruttando il sentimento avverso delle tribù del Paese o addirittura spingendole a ribellarsi apertamente. Il suo assassinio, reso ancor più macabro da un filmato nel quale il progioniero è mostrato ardere vivo in una gabbia, ha ottenuto però l’effetto contrario.

SIMPATIE TRIBALI

Per comprendere questo, spiega Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera, occorre fare un passo indietro e ricordare le fondamenta del sistema di potere giordano, così come cresciuto dopo la Prima guerra mondiale. “Da allora infatti la monarchia Hashemita si basa sulla lealtà delle cosiddette «tribù della sponda orientale»” e relega ai margini del potere la parte non palestinese del Paese. Tutti gli ufficiali dell’esercito vengono, infatti, dai giovani di quelle tribù. “Tra loro un ruolo chiave hanno appunto i piloti dell’aviazione militare. Si spiega così la sua aperta disponibilità a scambiare la terrorista kamikaze irachena per la vita del pilota”.

Il caso del 26enne pilota giordano, catturato il 24 dicembre scorso a Raqqa, era diventato scottante in patria. Anche per questo re Abdallah aveva prontamente ricevuto il padre Safi a corte e si era recato a Karak, nel sud Paese, nella loro casa natale.

“Ma se ora dovesse venire provato che questi era già morto il 3 gennaio, oppure, ancora peggio, che ora è stato bruciato vivo – prosegue il quotidiano di Via Solferino -, le caute simpatie tribali giordane per i «fratelli» sunniti potrebbero facilmente trasformarsi in desiderio di vendetta a fianco del loro monarca e degli americani“.

I RISULTATI DI ABDULLAH

Ora Abdullah, seppur in un Paese provato da quanto accaduto, incassa però importanti risultati politici. Da un lato è riuscito a tenere (per ora) unito il regno nella lotta contro il Califfato nero. Dall’altro ha dimostrato, sul fronte domestico, che la sua scelta di aderire alla coalizione anti-Isis fosse una scelta appropriata, non dettata da simpatie occidentale, ma dalla certezza che il fanatismo dello Stato islamico – come poi si è rivelato essere – fosse una minaccia per il popolo giordano.

LE MIRE SU AMMAN

D’altronde, come evidenziato da molti analisti, gli uomini di al-Baghdadi hanno messo da tempo gli occhi sulle fragilità giordane, una lente attraverso la quale osservare, con maggiore chiarezza, i punti di forza dell’Isis stessa.
Da molti anni, Amman rappresenta l’unico corridoio aperto che l’Iraq – dove l’Isis ha importanti roccaforti, come Mosul – ha per il mondo esterno. Una miniera d’oro per i traffici illeciti che finanziano il Daesh, il nome arabo del califfato nero.

Perché le tribù giordane hanno voltato le spalle a Isis

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