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Giù le mani dai crediti cooperativi. La levata di scudi delle vecchie casse rurali contro le norme imposte dalla Banca Centrale diventa un caso, nel Salento, dove Davide sfida Golia a suon di faldoni, dati e carte bollate.

Ha tutte le credenziali per costituire un precedente il caso della Banca di Credito Cooperativo di Terra d’Otranto, nel Salento, che in queste ore sfida il Ministero dell’Economia, Bankitalia e il collegio commissariale straordinario, con un ricorso al Tar del Lazio e relativa richiesta di sospensiva del decreto datato 29 dicembre, con cui Pier Carlo Padoan ha dato il nulla osta allo scioglimento degli organi amministrativi e di controllo dell’istituto.

Le motivazioni non usano troppi eufemismi: “Eccesso di potere per difetto di istruttoria da parte del ministero, acritica, apodittica e dogmatica accettazione della proposta della Banca d’Italia, violazione e falsa applicazione dell’art. 70, d. lgs. n° 385/1993 e dell’art. 97 costituzione”.

E se non bastasse, “omessa allegazione ed indicazione della relazione dei commissari della gestione provvisoria e del verbale ispettivo di Bankitalia, nonché degli ulteriori atti richiamati nel provvedimento impugnato. Violazione del diritto di difesa”.

Oltre 60 pagine di ingegneria finanziaria corredate di pareri, sentenze, numeri ed excursus degli ultimi anni della Bcc, grande realtà territoriale operativa con 6 sportelli in provincia di Lecce e un attivo di circa 300milioni di euro.

Su quella banca però, pesano 11 avvisi di garanzia, uno dei quali recapitato al presidente Dino Mazzotta – dimissionario – e una complessa inchiesta della procura di Lecce per estorsione aggravata da metodo mafioso e riciclaggio su cui pesa l’ombra della Sacra Corona Unita, avviata a maggio, subito dopo il rinnovo delle cariche sociali.

Investigatori e ispettori della Banca d’Italia hanno lavorato a quattro mani, la gestione provvisoria non è stata ritenuta sufficiente a traghettare l’istituto verso nuove elezioni e il commissariamento  è stato il colpo di scure in chiusura dell’annus horribilis della Bcc.

In otto giorni, la maggior parte dei quali festivi, è giunto il provvedimento. Le date anno quantomeno riflettere: 23 dicembre la proposta di commissariamento, 29 il sì del ministero. 31 la notifica.

La parte sana della banca non ci sta e avvia il ricorso, presentato dall’ex vicepresidente del cda, Raffaele Potì, alla guida dell’autorità di gestione per tutto il periodo in cui è stata espletata attività ispettiva, che ribalta le contestazioni mosse dagli ispettori della Banca Centrale e snocciolate nel report firmato da Ignazio Visco.

Di caratteristiche “di anomalia tra diverse società – parlava Bankitalia – alcune delle quali coinvolte, insieme ai soggetti economici di riferimento, in indagini per reati di stampo mafioso, come risulta, da notizie che la banca avrebbe potuto facilmente reperire” .Una matassa intricata,  con responsabilità evidenziate in maniera chiara dal pool di ispettori presieduto da Maria Grazia Garofalo.

Nell’informativa si legge anche che “il cda presieduto da Mazzotta ha esercitato in numerosi casi un improprio condizionamento delle valutazioni istruttorie in materia creditizia”.

E ancora dati, sofferenze reali di alcuni correntisti titolari però di rapporti a più zeri, mutui regolari secondo gli iter di legge sottoscritti a tassi meno che irrisori, e indagini ancora in corso che aprono nuove finestre.

“Allorquando l’organo di gestione e quello di controllo neo costituiti ed insediati, presa cognizione delle criticità riscontrate dall’organo di internal auditing e prestata la massima collaboratività all’organo ispettivo, assumevano i necessari provvedimenti ed adottavano le opportune politiche di indirizzo e controllo per la soluzione delle stesse – controbatte il ricorso firmato a quattro mani dal professor Ernesto Sticchi Damiani e dall’avvocato Antonio dell’Atti – la Banca d’Italia deliberava di porre in gestione provvisoria l’intermediario sull’erroneo dichiarato assunto che le sopravvenute dimissioni di cinque consiglieri e del presidente del cda avrebbero importato l’ingovernabilità dell’intermediario ed il procrastinarsi delle decisioni da adottarsi per la risoluzione delle criticità riscontrate nel corso dell’ispezione. Nell’indicato periodo di gestione provvisoria, l’unico provvedimento assunto da parte dei commissari nominati aveva ad essere la modifica dell’organigramma dell’istituto, per giunta senza che tanto importasse la sostituzione del responsabile della funzione antiriciclaggio”.

In conclusione, dopo una lunga serie di contestazioni, sia a livello formale e procedurale, che contenutistico, gli avvocati puntano alla netta distinzione tra sporadici episodi negativi e sana e prudente gestione dell’istituto, non a caso classificato al 17esimo posto tra 40 su scala nazionale, da Milano Finanza.

“La sicura episodicità e l’altrettanto sicura non interferenza con questioni attinenti a fenomeni di riciclaggio  – conclude il ricorso – consentono di chiedere la sospensione dei provvedimenti impugnati in considerazione, per un verso, del sacrificio che essi comportano di un bene costituzionalmente protetto qual è la libera iniziativa economica, per altro verso, della insussistenza di ogni pericolo inerente alla tutela del risparmio, posto che le emergenze documentali attestano una evidente capacità della Banca  di Credito Cooperativo Terra d’Otranto di svolgere la funzione di intermediazione del credito in assoluta sicurezza per i risparmiatori”.

Bcc Terra d'Otranto, ecco il ricorso contro Bankitalia e Tesoro

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