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Altro che figli del patto del Nazareno, come grillini ed altri ancora hanno definito le scalate delle aziende berlusconiane alla Rizzoli libri e a Rai Way, tradotte da Marco Travaglio sul Fatto in Mondazzoli e Raiset. Figli nel senso di prodotti dal connubio politico fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, cominciato l’anno scorso sul terreno delle riforme istituzionali e solo in apparenza terminato – secondo i loro critici – con l’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica. Che è avvenuta contro l’attesa, da parte del fondatore di Forza Italia, di una soluzione condivisa per la successione a Giorgio Napolitano. Soluzione alla quale il presidente del Consiglio ha preferito un’altra funzionale più al recupero della dissidenza interna al suo partito che alla salvaguardia dell’intesa con Berlusconi.

Ad una simile conclusione della corsa al Quirinale seguì una consultazione con familiari e collaboratori in cui, secondo indiscrezioni di stampa mai smentite, Berlusconi si sentì incoraggiato dalla figlia Marina a valutare la situazione politica senza farsi condizionare da preoccupazioni sugli effetti che una rottura con Renzi avrebbero potuto provocare sul gruppo del Biscione.

Con quell’incoraggiamento la figlia di Berlusconi, oltre ad esprimere solidarietà filiale, smentì la rappresentazione del patto del Nazareno come di un accordo dettato dalle convenienze aziendali. Una rappresentazione ravvisabile, per esempio, nell’abitudine dell’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, mancato smacchiatore del “giaguaro” di Arcore nelle urne del 2013, di consultare i listini di borsa dopo ogni incontro fra Renzi e Berlusconi per attribuire con sarcasmo i guadagni di listino del Biscione a una sostanziale promozione da parte del suo giovane e disinvolto successore alla guida del partito.     

In realtà, le aziende di Berlusconi hanno guadagnato e perduto in Borsa, ed altrove, per logiche e ragioni esclusive di un mercato sempre più globalizzato. Le stesse logiche e ragioni dalle quali nascono le scalate ai libri e alle antenne che tanto clamore e sospetti provocano in questi giorni sul piano politico, spingendo peraltro Renzi su un terreno poco congeniale al suo tanto decantato o promesso rifiuto dell’antiberlusconismo pregiudiziale. Ma più conforme alla sua formazione culturale e politica, signficativamente espressa dalla sua tesi di laurea su Giorgio La Pira. Che, sindaco di Firenze ben prima della nascita di Renzi, aveva notoriamente con le logiche e le regole del mercato un rapporto a dir poco problematico, ispirato più allo statalismo che dalla libera concorrenza.

La Pira sarebbe sicuramente orgoglioso di un presidente del Consiglio che ha messo solo qualche mese fa sul mercato le antenne e i ripetitori della Rai rivendicandone al tempo stesso, per il loro carattere “infrastrutturale” e “strategico”, il controllo irrinunciabile. Che consentirebbe pertanto ai concorrenti di poter contare solo su una partecipazione di minoranza. C’è da chiedersi in quale ufficio o autorità dell’Unione Europea Renzi, con i suoi decreti, possa pensare di prevalere nel caso di una vertenza, avendo nel frattempo consentito allo Stato di scendere al 25 per cento nella partecipazione alla non meno strategica Enel e di attestarsi attorno al 30 per cento nell’Eni.

Potrebbe risolversi in una clamorosa autorete, dopo tanta espansione elettorale nel campo tradizionale del centrodestra, questo cedimento di Renzi all’antiberlusconismo pregiudiziale, d’altronde già praticato da lui all’epoca della decadenza di Berlusconi da senatore. Che l’allora aspirante alla segreteria del Pd reclamò al pari dei grillini, facendone un perno della sua campagna congressuale e bloccando nel suo partito ogni tentazione di ricorrere alla Corte Costituzionale. Dove poi la legge adoperata con effetto retroattivo per estromettere Berlusconi dal Parlamento, dopo la sua condanna definitiva per frode fiscale, è ugualmente arrivata per altri casi, su iniziativa della magistratura amministrativa.

C’è qualcosa comunque di peggio dell’antiberlusconismo ossessivo, che ha ammorbato tutta la stagione della cosiddetta seconda Repubblica. E’ l’antiberluscorenzismo, che ha letteralmente intossicato il famoso patto del Nazareno e ne avverte il fantasma dappertutto, anche dopo il suo epilogo. E persino nelle cose e nelle iniziative rese possibili proprio a causa del suo esaurimento.

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