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Un’impaginazione degna del miglior settimanale di approfondimento in circolazione. Immagini e fotoreportage in alta risoluzione. Grafica impeccabile. Rubriche e approfondimenti curati nei minimi dettagli. Interviste, racconti, editoriali a volontà. No, non stiamo parlando dell’ultima fatica editoriale di qualche magnate occidentale della carta stampata o dell’informazione sul web, ma di due magazine molto famosi nel mondo arabo: Inspire di al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP) e Dabiq dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL).

NASCITA DELLE RIVISTE

Il primo magazine ha già qualche anno di vita, risale al luglio del 2010, mentre il secondo è di più recente uscita: il primo numero è stato diffuso online a partire dal luglio 2014. Entrambi contano in media 60-70 pagine e nascono principalmente come riviste di propaganda delle organizzazioni terroristiche di appartenenza ma mentre Inspire è redatto principalmente in inglese, Dabiq è disponibile in diverse lingue europee.

“ISPIRARE” I CREDENTI… E NON

Inspire, di cui attualmente non si conosce l’editore – il precedente era Samir Kahn, ucciso negli Stati Uniti nel 2011 – ma che diversi osservatori pensano sia gestito dal leader dell’al Qaeda yemenita Anwar al-Awlaki, rappresenta uno degli strumenti attraverso cui l’organizzazione cerca di raggiungere e dialogare con la sua “audience”. Presenta una grafica molto curata, editoriali e focus di approfondimento. Non mancano istruzioni su come costruire bombe ed esplosivi, immagini molto evocative e rubriche fisse tra cui una rassegna delle impressioni e dei commenti alla rivista provenienti dalla stampa e dalle istituzioni occidentali (un “come ci vedono”) e la “Mujahid’s Notes”. È rivolto, sostanzialmente ai giovani lettori americani e britannici e negli anni passati ha svolto un’attività di mediazione in lingua inglese dei messaggi lanciati da Osama Bin Laden. Ma la rivista ha anche lo scopo di fare incetta di nuovi “lupi solitari” da sguinzagliare in giro per l’Occidente. Moltissimi estremisti locali o internazionali, infatti, sono stati motivati alla militanza dalla rivista e in molti casi l’hanno utilizzata come manuale di istruzioni per costruire ordigni e bombe in vista di attentati di matrice terroristica. Alcuni altri, come nel caso della strage di Charlie Hebdo, potrebbero averla utilizzata per ricevere indicazioni e suggerimenti forniti in codice dall’organizzazione.

UNO STRUMENTO DI PROPAGANDA E MORALIZZAZIONE

C’è chi ritiene che la sola rivista non sia sufficiente a radicalizzare un individuo, ma l’obiettivo principale di Inspire – nome e claim stesso “inspire the believers” lo suggeriscono – è proprio quello di  informare e convincere i devoti diffondendo comunicazioni interne definite “auto-propaganda” per rafforzare la morale, ridurre il dissenso e legittimare attacchi terroristici e dottrine controverse. Ma si propone anche di coinvolgere gente esterna, per ottenere sostegno. L’AQAP ha, così, la possibilità di diffondere l’immagine “migliore” di sé agli occidentali che possono consultare la rivista liberamente in rete, poiché non è sottoposta ad alcun tipo di controllo o restrizione da parte di al Qaeda stessa.

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DABIQ E L’AUTOPROCLAMAZIONE DEL CALIFFATO

Il nome della rivista dello Stato Islamico, invece, sarebbe ispirato alla città di Dabiq nel nord della Siria, citato in un racconto dell’Armageddon. Secondo questa tradizione Dabiq sarà il campo di battaglia dove gli eserciti musulmani e cristiani eventualmente si affronteranno. Harleen K. Gambhir dell’Istituto per lo Studio della Guerra ritiene che a differenza di Inspire, questo magazine ha come obiettivo principale stabilire la legittimità religiosa dell’ISIL e auto-proclamare il Califfato, incoraggiando i musulmani a emigrare in quella zona. Ma Dabiq è uno degli strumenti attraverso cui gli uomini del ‘califfo’ al-Baghdadi cercano di radicalizzare e reclutare giovani ovunque nel mondo, soprattutto in Occidente.

L’ARMAGEDDON E LA BATTAGLIA DI CIVILIZZAZIONE

I primi numeri di Dabiq spiegano come sia giunto il momento dell’apocalisse dopo secoli di guerra santa e descrive la crociata dell’Isis in Iraq e Siria come la continuazione di una battaglia di civilizzazione. E di espansione territoriale: «Invaderemo la Penisola arabica e Allah ci consentirà di conquistarla – si legge sul secondo numero del magazine jihadista -. Poi sarà l’ora di invadere la Persia e Allah vi permetterà di farlo. Infine sarà l’ora di invadere Roma (intendendo l’intero Occidente) e Allah vi permetterà di farlo». Gli occidentali vengono definiti “Romans” o “crusaders”, mentre personaggi come il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il senatore John McCain, ex candidato presidenziale per i repubblicani, vengono indicati come leader supremi del male. E a proposito delle vittime musulmane dell’Isis si parla di «danni collaterali», sottolineando come le stragi degli americani quando lanciano un missile siano definite proprio «danni collaterali».

L’USO DI IMMAGINI TRUCULENTE E SGARGIANTI

La cosa che colpisce maggiormente di Dabiq, anche a detta d molti analisti che ne studiano i contenuti, sono le immagini pubblicate. Alcune che ritraggono decapitazioni, corpi trucidati, edifici distrutti, altre che sembrano spesso tratte dalle copertine di famosi videogiochi, con personaggi immaginari e lo sfondo avvolto dalle fiamme. Nel numero di ottobre, intitolato “The Failed Crusade” appare un’immagine photoshoppata in cui viene riprodotta la bandiera dello Stato Islamico che svetta in cima a un obelisco egizio al centro di Piazza San Pietro a Roma. Tra le altre cose, il magazine contiene il noto articolo dedicato alla legittimazione della schiavitù sessuale delle donne Yazidi e una sezione dedicata ai racconti di John Cantlie, fotoreporter inglese rapito in Siria insieme a James Foley e utilizzato dai miliziani come “mezzobusto televisivo” per raccontare agli occidentali l’agghiacciante cultura dello Stato Islamico.

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MODELLI EDITORIALI ALL’OCCIDENTALE

Due magazine, Inspire e Dabiq, che nella forma grafica e nella struttura somigliano davvero a due prodotti del mondo americano o europeo e sembrano ricalcare, in maniera paurosamente grottesca, modelli editoriali del calibro di Foreign Policy o dell’Economist. Segno di uno studio attento della cultura occidentale che adesso i miliziani della Penisola Araba e dello Stato Islamico stanno cercando di fare propria, plasmandola a immagine e somiglianza di quella stessa follia che li porta a sgozzare e uccidere civili in nome di un Dio che L’Islam moderato non riconosce.

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