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C’era da aspettarselo. E sarà una semper. Conte nell’alleanza di centrosinistra vuole fare il premier (l’abbiamo già scritto su formiche.net). Non gli interessa altro. E Renzi – il solo leader del campo largo che ha esplicitamente detto che Schlein deve candidarsi alla premiership -,  per Conte è un impiccio. Uno di quegli ostacoli fastidiosi che gli mandano all’aria le magnifiche sorti e progressive.  C’è alla base un mix di invidia – perché Renzi è un politico di razza, spiazzante, incontrollabile  – e di rancore per le vicende passate, quando l’ex segretario del Pd decise di dare a Conte il foglio di via e sostituirlo con Draghi. Sono vicende che segnano i rapporti personali. Non si cancellano.

Voltarsi indietro per vedere quello che successe con Enrico Letta, volto imbronciato e un gesto malevolo di stizza quando vi fu il cambio di consegne con Renzi alla Presidenza del Consiglio. Panta rei, tutto scorre? L’abbiamo sentito Conte sabato sera durante la trasmissione sulla 9, Accordi e Disaccordi, ribadire più volte in premessa che lui non è invidioso di Renzi. Ma si leggeva in volto e sentito nei ragionamenti che non ci credeva.

Che nel dare dell’affarista a Renzi  come dei 5 Stelle alla contrarietà alla partecipazione al campo largo, era qualcosa di non veritiero, una scusa accampata, nelle varie ed eventuali di una riunione della bocciofila. Mancava il senso. Il valore. E rimaneva quell’insofferenza a pelle. Marcata.

Che ben usciva anche nelle parole degli altri ospiti della trasmissione. Questo Renzi con l’1% perché viene intervistato da ogni giornale e tv? Agli astanti, soprattutto a Conte, avrei fatto questa domanda: ma perché tutta questa agitazione-assillo verso Renzi se, come dite, non conta nulla?

Il silenzio della Schlein
 
Ancora la Schlein tace. Forse ha cominciato ad occuparsi del campo largo un po’ troppo presto. E la sua funzione pacificatrice, di coesione gli ha rubato energie verso altro di ben più urgente al momento. Il Pd e Schlein sono gli obiettivi dove si rivolge la competizione di Conte e dei 5 Stelle.
E proprio dentro al Pd Conte ha delle sponde foriere dei suoi intenti. Nelle undici correnti di cui si compone il partito democratico (l’ultima nata è “Diurna”), sparsi qua e là vi sono riservisti nostalgici del Conte 2. Che preferirebbero il leader dei 5 Stelle alla premiership del campo largo.
Quale migliore occasione per Conte speronare i programmi della Schlein utilizzando il reprobo Matteo Renzi che ritorna alla casa del padre, il Pd, senza pagare pegno, soprattutto inviso alla massima potenza alla robusta minoranza di elettori democratici? Il giochetto sta qui. Semmai nel finale ci può pure stare che nell’intruglio eterogeno di fondazioni, associazioni, aree di libero scambio (che non portano voti ma poltrone) dentro il Pd, la segretaria Schlein sia sostituita, con qualcuno di più affine ai piani generali del campo largo che verrà.

Come andrà finire? Schlein è una segretaria determinata. A capo di un partito leggermente naif. È partita presto nel coalizzare il campo largo per ragioni temporali. Le elezioni in alcune regioni che potevano segnare una vittoria certa del centrosinistra. Ora  con quell’aut aut o noi (Conte) o Renzi, siamo certi vi sarà qualche ribaltamento previsionale che abbatterà le certezze granitiche iniziali.

Schlein aspetterà dopo il voto per leggere attentamente i numeri, soprattutto la reale consistenza dei 5 Stelle che sempre hanno disertato le urne quando si trattava di eleggere un candidato Pd. E’ viscerale l’antipatia di molti 5 Stelle verso il Pd. Peccato che molti nel Pd stentano a capirlo.

È vero che se il buongiorno si vede dal mattino la coalizione di centrosinistra è un patchwork sbrindellato.  E andare avanti con dei veti, tu sì-tu no-avanti gli altri, si combina poco.

Non c’è spirito di appartenenza. Si alimenta l’impressione ‘tanto per vincere’ che però difficilmente vuol dire saper governare. Le differenze di opinioni sono un aspetto tollerabile ma le antipatie personali gareggiano in categorie non risolvibili , gabbiotti chiusi, paratie grosse come una casa. Meglio chiarirsi dall’inizio quello che verrà. Con i veti reciproci si può chiudere la vicenda presto e male.

Il leader del partito che prende più voti fa il premier
 
Schlein non stia con il cerino in mano, in silenzio, paziente, in attesa di ricomporre cocci scheggiati.  Nel frattempo riprenda tra le mani il discorso di Walter Veltroni che tenne nel 2011 al Lingotto. La vocazione maggioritaria del Pd. Schlein curi prima quest’aspetto non formale del partito. E’ un’assicurazione sulla vita.  Che non vuol dire autosufficienza. “Mi auguro che sia possibile costruire un campo largo”, disse così già allora Veltroni rivolto a Pisapia intento a mettere in piedi una forza politica antitetica al Pd. Su questa strada Schlein deve iniziare a dire qualcosa sulle questioni più spinose che riflettono un partito frazionato. In confusione. Privo di barra dritta. Ci basta far riferimento al voto sull’utilizzo da parte degli ucraini delle armi occidentali sul territorio russo. Sono uscite 5-6 posizioni diverse su 21 rappresentanti di cui è composto il gruppo al Parlamento Europeo.
È tempo di far chiarezza su una questione spinosa. Non di quart’ordine. Che, a suo tempo, avevamo consigliato a Schlein di risolverla prima delle elezioni europee. Prima di comporre le liste. Così non è stato e ora, altro terreno di competizione con i 5 Stelle, c’è il rischio reale che la posizione verso il conflitto russo-ucraino sia materia di divisione futura. Condizionante.

Per il resto, Renzi sì, Renzi no, Schlein non può tornare indietro. Risponde a un suo principio: si fa la coalizione senza veti.  Resettando. Un rewind che affossa scontri e incomprensioni (l’ha ricordato, sempre con il sorriso, Schlein quanto si è battuta contro alcune posizioni di Renzi). Eppoi dentro il Pd, tra i dirigenti di peso, la convinzione di coinvolgere Renzi nel campo largo è data ormai per un dato di fatto.

Impensabile tornare indietro. Forse qualcuno dubita che Schlein e Renzi non abbiano parlato prima dello svolgimento di questo percorso? E per la premiership tanto cara a Conte la segretaria del Pd ponga lei una condizione. La premiership va al leader del partito che prende più voti. Come nel centrodestra. Scavalla così ogni turbativa di cambiare le carte in tavola e lascia a Conte la smania di competere col Pd.

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