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“Un patriottismo alla rovescia come rito costante nelle conversazioni tra i cittadini italiani”. “Parlare male dell’Italia pubblica per riconoscerci nella stessa comunità, mossi da una richiesta collettiva di auto-fustigazione”.

Con queste parole Angelo Panebianco ha espresso su Sette, l’inserto settimanale del Corriere della Sera, il suo scetticismo per la connotazione mafiosa attribuita alla realtà malavitosa scoperta dall’indagine giudiziaria “Mondo di mezzo”. Formiche.net ha voluto approfondire il tema proprio con il politologo dell’Università di Bologna ed editorialista di punta del quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli.

Lei parla di tendenza a definirci “paese corrotto” come dovere sociale anche se ciò non è vero. Qual è la radice culturale e storica di tale atteggiamento?

Un fattore risiede nel fragilissimo senso di appartenenza comune che caratterizza il popolo italiano. A parte simboli come la Nazionale di calcio, mancano nel nostro Paese forti identificazioni comunitarie. Ve ne sono esclusivamente di respiro locale. Ne scaturisce un’attitudine non tanto all’auto-denigrazione, bensì alla condanna degli altri “colpevoli di tutto”. Una parte degli cittadini detesta radicalmente l’altra. Per cui gli altri sono “i cattivi da eliminare perché tutto torni a ben funzionare”.

Non era il tratto distintivo della stagione egemonizzata da Silvio Berlusconi?

Certo. Adesso che lo scontro tra fautori e nemici dell’ex Cavaliere non c’è più torna la denigrazione collettiva. Frutto dell’assenza di un robusto patriottismo che manda a picco la possibilità di una buona riforma della Pubblica amministrazione. Processo che non consiste tanto in un problema di leggi ben costruite, bensì di spirito diffuso. E il risultato di tutto ciò è che noi italiani abbiamo proclamato al mondo che Roma è controllata dalla mafia.

L’inchiesta “Mondo di mezzo” non riguarda organizzazioni criminali di tipo mafioso con ruolo e intrecci pervasivi nel mondo politico locale?

Finora ho visto fenomeni di malaffare e malversazioni di risorse pubbliche. La parola “mafia” ha una valenza precisa e non può essere utilizzata con tanta leggerezza. Ricorrervi ha prodotto un esito devastante nella reputazione internazionale del nostro paese. Anche perché le opinioni pubbliche straniere non fanno le sottigliezze cui noi siamo abituati.

Non siamo la nazione più corrotta nel mondo occidentale?

Non penso. La vera anomalia dell’Italia rispetto alle democrazie politiche risiede nel malfunzionamento della macchina giudiziaria e nella mancanza di principi di responsabilità per i magistrati artefici di indagini e processi.

La grande stampa ha alimentato anti-politica e giustizialismo come messo in luce recentemente dal Capo dello Stato?

Non si può generalizzare. Vi sono differenze storiche tra quotidiani, che riflettono ciò che avviene nel nostro paese. È ovvio che gli orientamenti dell’opinione pubblica nazionale si riflettano nelle varie testate editoriali e giornalistiche.

Perché è devastante l’espressione Mafia Capitale. Parla Angelo Panebianco

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