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Sui principi generali circa un maggior rispetto verso il personale scolastico voluto dalla legge proposta da Giuseppe Valditara, soprattutto da parte di alcuni genitori che arrivano a scuola e pensano di essere i tre bulli di Mezzogiorno di fuoco (High Noon, 1952, Fred Zinnemann), concordo pienamente. Pene e risarcimenti per chi aggredisce un lavoratore della scuola, come qualunque altro lavoratore, dalla Sanità ad altri settori.

Condivido in parte anche l’iperbole dello psichiatra Paolo Crepet quando sostiene che i genitori debbano stare fuori dalla scuola. Qui va operato un distinguo. In quattordici anni di presidenza, in una scuola superiore con oltre duemila studenti, ho avuto modo di fare esperienze davvero innovative circa la formazione dei giovani.

E ciò anche grazie ai genitori. Ho lavorato con tanti di loro sia nel Consiglio di Istituto, sia nelle attività curriculari, come gli scambi internazionali: qui le famiglie si sono spese all’inverosimile per l’ospitalità degli studenti stranieri. L’invadenza e la maleducazione del singolo genitore (inevitabile) non inficia la maggioranza di quei genitori che sono ampiamente propositivi, e talvolta decisivi, nel dare “una mano” per la vita scolastica ed extra scolastica.

Sempre la mia esperienza però mi lascia perplesso, lo noto con tutto il rispetto per il gran lavoro che il ministro Valditara sta svolgendo, sul 5 in condotta che porterebbe alla bocciatura, nella nuova legge approvata ieri l’altro dalla Camera.

Immagino già interminabili Consigli di classe spaccati e contrapposti, tra coloro che alla lettera applicano la “norma del 5” e coloro che quel 5 vogliono che sia 6. Già nei corridoi si sentono frasi, del tipo, “finalmente, faremo un po’ di pulizia in questa scuola!”; “basta con il collega che difende dei delinquenti!”, “basta con il preside buonista!”, ecc.

Ma chi è il ragazzo “indisciplinato”, con le sue “note disciplinari” collezionate durante l’anno, da 5 in condotta, destinato a una sicura bocciatura, pur riportando voti quali, 6 in italiano,7 in fisica, 9 in scienze motorie, 5 in latino, 5 in scienze? Certo, è esuberante, troppe battute mentre il docente spiega, tarda a rientrare dal bagno, ecc. Ha quindici anni. “Sta formando il suo carattere”, prova a difenderlo una “insegnante -mamma”. “È sempre inquieto, spesso strafottente. Dice parolacce”, sentenzia la prof. che intende finalmente cacciarlo via. Ma Tommaso (15 anni, nome di fantasia), ogni venerdì deve andare a studiare dal padre e i libri una volta sono dalla madre una volta dal padre. Assiste da anni alle liti e punzecchiature reciproche tra i due genitori. Ha preso male la separazione. È in crisi con i suoi amici. Nessuna ragazza lo guarda. I compagni gli dicono “stai sempre incavolato! Ma ti calmi!”. Noi, giustamente, con 5 in condotta, lo bocciamo.

Poi c’è Fabio (nome di fantasia, ragazzo reale): 14 anni. Primo anno di superiore. Diagnosi di ADHD, leggero ritardo cognitivo; piuttosto iperattivo. Si muove in continuazione in classe. Interrompe spesso facendo scherzi o battute per attirare l’attenzione dei compagni. È stato sempre così, sia alla primaria che alle medie, dove l’atteggiamento oppositivo si è acuito.

Poi ci sono Romina e Mira (nomi di fantasia), una bianca e l’altra nera. Sono amiche per la pelle. Romina studia da marzo in poi e recupera. Mira, studia pochissimo. Chiedono spesso di uscire per andare al bagno. Ingannano sia i docenti titolari che i supplenti, con finti mal di pancia, ciclo, attacchi di panico, “mi manca l’aria”, ecc. Tutte e due senza famiglia. Romina vive con la sola zia in Italia. Mira ha un padre che si rifiuta di vederla. La madre fa le pulizie e torna tardi. Passa tutto il pomeriggio sui muretti di periferia. Frequenta gente più grande per sentirsi considerata. Fuma roba. Pare che sua sorella faccia la vita negli appartamenti. È intelligente, se studiasse prenderebbe dei votoni. L’anno passato, i docenti e il preside, capita la situazione, hanno chiesto a Romina di aiutare Mira nello studio pomeridiano, almeno per gli ultimi mesi, per tirarle fuori entrambe da certi giri. Pare ci siano riusciti. Qualche quattro, diversi cinque e alcuni sei per Mira, a giugno. Rimandata a settembre, è stata poi promossa. Ma Romina e Mira erano da quattro in condotta. Cosa accadrà da domani ad altre Romina e Mira?

Don Bosco parlava di metodo preventivo. Aveva scartato, da saggio piemontese e poi da uomo ispirato dallo Spirito Santo, l’intervento repressivo. Quell’insufficienza in condotta per un minore è spesso inevitabile. Traduce una irrequietezza adolescenziale in cui si celano altri problemi: psicologici, famigliari, sociali. Il 5 in condotta non può decidere della crescita di un ragazzo o di una ragazza. Quel voto è percepito come una azione violenta, visto come un verdetto di morte. Un marchio infame.

Una bocciatura può “incattivire” un adolescente. Può portarlo a uno stato depressivo, ad atti contro altri o contro sé stesso. Vedersi privato dei compagni di classe, subire l’onta della bocciatura, per via del “mio carattere”, potrebbe causare danni irreparabili.

La bocciatura, se deve esserci, che sia per il profitto, e dovrebbe esser pre-vista come possibile un anno prima, offrendo i mezzi, anche psicologici, per il recupero didattico, e, eventualmente, il suggerimento del cambio di indirizzo di studio. La famiglia e il ragazzo vanno consigliati in un clima di serenità, verso una soluzione alternativa e non posti davanti ad un rifiuto della scuola tramite il marchio del voto sul carattere.

Il cinque in condotta può essere pericoloso? L'opinione di Ciccotti

Nella nuova legge proposta dal ministro Giuseppe Valditara, e approvata alla Camera, si può essere bocciati con un 5 in condotta. Spesso il “cattivo” comportamento dello studente nasconde altri problemi: psicologici, famigliari, sociali. Il parere dello storico del cinema Eusebio Ciccotti, già docente e preside

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