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Matteo Renzi è stato per prima volta nella sua vita in audizione al Copasir, il comitato parlamentare che controlla le attività dei servizi segreti. Per chi non lo sapesse, il comparto dell’intelligence è, dopo la riforma del 2007 che ha istituito il Sistema di informazioni per la sicurezza della Repubblica, alle dirette dipendenze di Palazzo Chigi. Si tratta quindi di una responsabilità non minore per un presidente del Consiglio che, su questo versante, è coaudivato da un sottosegretario che ha la funzione di Autorità delegata. Nel governo Renzi questo ruolo è svolto con particolare efficacia ed apprezzamento da Marco Minniti. In ogni caso, è evidente che la tutela della sicurezza nazionale e il perseguimento dell’interesse nazionale sono lavori che hanno una valenza politica a tutto tondo. Di qui discende l’importanza, non formale, del capo del governo.

Per l’ex sindaco di Firenze è stata una prima assoluta in quel di Palazzo San Macuto e di fatto è probabilmente la prima volta, dopo l’inaugurazione della Scuola del Dis, che ha dovuto fermarsi per guardare con specifica attenzione una Relazione che (immaginiamo) non si è limitato all’elenco della “spesa”, in questo caso delle minacce vere e presunte che vanno dal terrorismo di Isis al cosiddetto protocollo Farfalla. E’ lecito pensare che Renzi ed i suoi collaboratori istituzionali abbiano lavorato su un intervento alto, per certi versi da “psicanalisi” del ruolo dell’intelligence in un Paese come l’Italia che ha una posizione geografica cruciale e che, al contempo, vive una crisi economica che potrebbe minare alla lunga le basi di una sana convivenza civile.

A valle della riforma che ha implementato la nuova governance delle “informazioni per la sicurezza”, è stato avviato un percorso grandemente interessante – e necessario – di diffusione della cultura della sicurezza. Non solo è cambiato il modo di impostare il dialogo con i media e con i cittadini (si veda il sito internet del Sistema) ma, soprattutto, è iniziato un lavoro capillare sul territorio di narrazione dell’intelligence basato sul rapporto con le università. E’ un percorso già avviato e ormai ben articolato che ha l’obiettivo di far crescere una classe dirigente consapevole dei significati di sicurezza nazionale ed interesse nazionale. Non sono bazzecole. Tutt’altro.

Torniamo a Renzi, però. Per quanto giovane, il premier non ha potuto fare corsi di intelligence e dei servizi segreti italiani in gioventù avrà appreso il lato più noto, quello cioè delle deviazioni e dei complotti. Arrivare a Palazzo Chigi e doversi confrontare con la realtà (diversa evidentemente dalla mitologia) degli apparati della sicurezza sarà stata una novità anche per lui. Proprio lui, Renzi, che nel suo primo intervento al Senato aveva sbeffeggiato il concetto di interesse nazionale (o almeno una sua declinazione possibile). Sarebbe impreciso e ingiusto dire che probabilmente l’audizione in Copasir sia stata più utile al premier che ai parlamentari ma non vi è dubbio che è stato un passaggio molto più rilevante di quanto i giornali abbiano potuto scrivere.

Attraverso la definizione degli obiettivi e dei mezzi dei servizi segreti un Paese riesce a tratteggiare la propria identità e visione del futuro. I rapporti fra intelligence e potere politico non sono sempre idilliaci. In questi giorni a Washington è andato in scena un divertente, si fa per dire, ping pong fra l’Amministrazione e la Cia e nelle settimane scorse persino in Israele si sono registrate tensioni per la divaricazione fra le analisi dei servizi e le scelte del governo. In Italia, per quel che è noto (e per fortuna), siamo distanti da problematiche di questo tipo. La questione semmai è un’altra e riguarda la consapevolezza da parte della politica – tutta – della funzione strategica dell’intelligence, non già luogo di “spioni” ma epicentro nevralgico della Repubblica e dello Stato. In questo senso, la presenza di Renzi a San Macuto non va interpretata come episodio occasionale di un premier sempre in movimento e che incidentalmente passa dal Copasir. Preferiamo immaginare e confidare che sia stata piuttosto una nuova tappa di quella road map della cultura della sicurezza che mentre si diffonde fra i giovani si consolida nelle istituzioni.

Renzi, i Servizi segreti e la cultura dell'interesse nazionale

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